Dal campo
Moria del kiwi, nasce SOS-KIWI: la ricerca fa fronte comune per salvare il comparto
La ricerca italiana individua nuovi elementi utili per prevenzione, diagnosi e contenimento della KVDS

L’Italia è tra i principali produttori mondiali di kiwi, ma da oltre un decennio la Kiwifruit Vine Decline Syndrome (KVDS), nota come “moria del kiwi”, sta provocando gravi perdite produttive e mettendo a rischio la competitività dell’intero comparto.
Il kiwi verde rappresenta un prodotto di eccellenza anche sotto il profilo nutrizionale: è infatti il primo frutto fresco per il quale la Commissione europea ha autorizzato un’indicazione sulla salute riferita alla funzionalità intestinale, come stabilito dal
Regolamento di esecuzione (UE) 2025/1560 del 30 luglio 2025. Questo riconoscimento si basa su studi scientifici, approfonditi già dal 2018, con i quali si dimostra che il consumo regolare di kiwi verde può contribuire al benessere dell’intestino. Un traguardo scientifico che ne conferma l’elevato valore nutrizionale e rafforza la necessità di tutelare e valorizzare questa coltura.
Per far fronte a un fenomeno complesso e ancora poco compreso e con l’obiettivo di salvaguardare l’actinidia, nasce SOS-KIWI – From SOil to Soil: origin and remediation to KIWIfruit Vine Decline Syndrome, il primo progetto nazionale dedicato allo studio integrato delle cause della moria e allo sviluppo di strategie sostenibili per il suo contenimento.
Finanziato da AGER – Agroalimentare e Ricerca e coordinato dall’Università di Udine, il progetto coinvolge l’Università di Torino, l’Università di Napoli Federico II, l’Università Mediterranea di Reggio Calabria e la Fondazione Agrion, riunendo per la prima volta competenze multidisciplinari e territori chiave del Nord-Est, Nord-Ovest e Sud Italia.
AGER - AGroalimentare E Ricerca è un'associazione che negli anni ha riunito diciotto Fondazioni di origine bancaria per sostenere la ricerca scientifica al servizio dell’innovazione nel settore agroalimentare italiano. L’associazione promuove progetti capaci di generare risultati di alto valore scientifico e trasferibili alle imprese. Gli obiettivi sono di garantire ai consumatori prodotti alimentari di qualità e favorire modelli produttivi che coniugano elevate rese con la sostenibilità ambientale, economica e sociale.
La moria del kiwi ha causato, dal 2012 a oggi, una perdita pari al 25% delle superfici coltivate sul territorio nazionale, con un impatto devastante sulla redditività del settore.
Le perdite in termini di produzione lorda vendibile sono stimata tra un minimo di 85 milioni di euro, calcolati su una resa prudenziale di 16,8 t/ha e un prezzo di 770 €/t (RICA), e i 131 milioni di euro, qualora si considerino rese ordinarie di 20 t/ha e un prezzo di mercato di 1.000 €/t. A queste cifre, già di per sé critiche, occorre sommare gli oneri relativi all'espianto e allo smaltimento degli impianti compromessi. Tali operazioni risultano particolarmente gravose per la coltura del kiwi rispetto ad altri frutteti: la complessità delle strutture di sostegno (pergolati, pali in cemento e chilometri di fili d'acciaio), unita alla gestione dei sistemi di irrigazione e delle reti di protezione, richiede investimenti ingenti in termini di manodopera e smaltimento dei rifiuti speciali, che pesano drasticamente sul bilancio finale degli agricoltori.
Le piante colpite, incapaci di assorbire correttamente acqua e nutrienti, manifestano un rapido collasso dell’apparato radicale che porta alla morte dell’intera pianta nel giro di due anni. L’impatto è tale da coinvolgere intere filiere produttive e territori a forte vocazione frutticola.
Risultati scientifici: cosa abbiamo scoperto finora
A metà del suo percorso, SOS-KIWI ha già ottenuto risultati rilevanti. Le ricerche hanno identificato microrganismi patogeni costantemente associati agli impianti colpiti: Phytopythium vexans, presente in diverse regioni, e un secondo oomicete, simile a Phytophthora sojae, particolarmente diffuso nel Nord-Est. Queste evidenze confermano il carattere multifattoriale della malattia, frutto dell’interazione tra elementi biotici, agronomici e pedologici.
Nell’ambito del progetto è stato sviluppato un innovativo test molecolare capace di individuare P. vexans anche prima della comparsa dei sintomi visibili, e si sta realizzando un secondo test per il rilevamento di P. sojae-like. Tale risultato rappresenta un avanzamento significativo, perché consente diagnosi precoci e interventi più tempestivi.
Parallelamente, tutti i partner del progetto hanno adottato per la prima volta un metodo standardizzato per il campionamento e l’estrazione del DNA da suolo, rizosfera e radici. Questo approccio condiviso permette di confrontare in maniera affidabile i dati raccolti in aree geografiche diverse, superando una delle principali criticità degli studi precedenti.
Le analisi del suolo mostrano inoltre che i terreni più compatti e poco aerati favoriscono la comparsa della moria, mentre i suoli più porosi risultano associati a una minore incidenza della sindrome. Ciò indica che la gestione del drenaggio e della struttura del suolo è un fattore determinante per la prevenzione.
Il progetto sta anche sviluppando strategie di contenimento basate su tecniche ecocompatibili. La selezione di microrganismi benefici ha già dato risultati incoraggianti in condizioni controllate, mostrando capacità sia di contrastare i patogeni sia di migliorare la crescita complessiva delle piante. Anche la biofumigazione con estratti o sovescio di rucola, ha ridotto nel terreno la presenza dei patogeni responsabili della malattia e favorito la salute radicale.
Accanto a ciò, un consorzio microbico innovativo, composto da batteri promotori della crescita e dal fungo micorrizico Funneliformis mosseae, ha evidenziato in serra la capacità di stimolare uno sviluppo radicale più vigoroso.
Infine, la realizzazione di un campo sperimentale con 150 piante – in parte su terreni vergini e in parte su terreni da reimpianto – consentirà di verificare in condizioni reali l’efficacia delle soluzioni individuate, avvicinando ulteriormente la ricerca alle esigenze operative delle aziende agricole.
SOS-KIWI mira a produrre ricadute di ampio respiro. Dal punto di vista tecnologico punta a mettere a disposizione strumenti innovativi di diagnosi precoce e protocolli sostenibili, potenzialmente applicabili anche ad altre colture arboree. Dal punto di vista socioeconomico si prevede una significativa riduzione delle perdite e un miglioramento della competitività delle aziende frutticole italiane. L’impatto ambientale sarà altrettanto rilevante grazie alla diminuzione dell’uso di agrofarmaci, e al miglioramento della biodiversità microbica.
Il progetto contribuirà inoltre ad avanzare le conoscenze scientifiche sulle complesse interazioni tra pianta, microbioma e ambiente, aprendo prospettive utili per lo studio di altre sindromi vegetali multifattoriali. (lg)
Fonte: Ufficio Stampa Ager




















