Dal campo
Pere, prime stime europee all’insegna della stabilità, ma l’incertezza resta alta
Italia e Paesi Bassi dovrebbero bilanciare i cali di Spagna, Francia e Belgio, ma l’incognita climatica obbliga alla prudenza

Le prime stime produttive della campagna pericola europea 2026/27 parlano di stabilità rispetto all’anno precedente. Ma, come spesso accade quando si parla di pere, il dato medio racconta solo una parte della storia.
A bilanciare le flessioni attese in Spagna, Francia e Belgio, dove si prevedono cali nell’ordine del 6-7%, dovrebbero essere soprattutto Paesi Bassi e Italia, entrambi orientati verso un recupero produttivo, seppure ancora difficile da quantificare. In crescita anche il Portogallo, che stima un incremento del 13%. Il risultato, nel complesso, è un’Europa della pera che prova a restare in equilibrio, ma con dinamiche produttive sempre più differenziate tra Nord e Sud.
È questo uno degli elementi emersi ieri mattina a Interpera 2026, il congresso internazionale dedicato al settore della pera, in programma a Ferrara fino a oggi, con la sessione conclusiva dedicata alle visite in campo. Un appuntamento di riferimento per produttori, operatori, tecnici ed esperti dei principali Paesi europei, chiamati a confrontarsi sulle prospettive economiche, produttive, commerciali e tecniche di una coltura strategica per l’agricoltura italiana ed europea.
L’edizione 2026 è organizzata da CSO Italy per conto di AREFLH – Assemblea delle Regioni Europee Frutticole, Orticole e Floricole. La scelta di Ferrara ha un valore tutt’altro che simbolico: l’Emilia-Romagna, e in particolare il territorio ferrarese, resta uno dei poli storici della pericoltura nazionale, oggi però chiamato a confrontarsi con una fase di profonda trasformazione.

Italia ago della bilancia, ma le stime restano prudenti
A fare l’ago della bilancia per questa campagna sarà soprattutto l’Italia, che insieme all’Olanda non si è ancora esposta con stime produttive puntuali. Il sentiment, tuttavia, è quello di un possibile recupero dopo una campagna precedente segnata da un calo dei volumi superiore al 20%.
La prudenza, però, resta d’obbligo. Il gran caldo che sta attraversando l’Europa invita a non trasformare le previsioni in certezze: in questa fase ogni numero va letto come indicazione di tendenza, più che come fotografia definitiva.
Quello che appare ormai evidente è il ridimensionamento strutturale della pericoltura europea. A sottolinearlo è stata Elisa Macchi, direttrice di CSO Italy: “Dieci anni fa la produzione europea si attestava attorno a 2,4 milioni di tonnellate, mentre oggi siamo attorno a 1,8 milioni. Se guardiamo al periodo fino al 2018, l’Italia era leader con circa 700 mila tonnellate, seguita da Belgio, Olanda e Spagna, comprese tra 300 e 400 mila tonnellate, mentre Francia, Polonia e Portogallo chiudevano il quadro con volumi tra 100 e 200 mila tonnellate”.
Uno scenario che oggi si è profondamente modificato. “L’Italia ha perso il primato e si colloca su un potenziale compreso tra 400 e 450 mila tonnellate. In pratica il nostro Paese ha perso quota, mentre Belgio e Olanda sono rimasti stabili o hanno registrato una leggera crescita”, ha evidenziato Macchi.

Nord Europa più solido, Sud Europa sotto pressione
La nuova geografia della pera europea appare sempre più netta. Da una parte c’è un Nord Europa che tiene, con Olanda e Belgio capaci di mantenere rese elevate, continuità produttiva e una forte specializzazione varietale con la Conference che continua a rappresentare circa il 90% dei volumi. Dall’altra c’è un Sud Europa, Italia e Spagna in particolare, che fatica a garantire rese soddisfacenti e vede progressivamente ridursi il proprio potenziale produttivo. Una criticità che si riflette direttamente sulle superfici coltivate.
A mettere in fila i numeri è stato Manel Simon di Afrucat. L’Italia è passata da circa 30 mila ettari nel 2020 a poco più di 19 mila nel 2025, con una contrazione nell’ordine del 30%. La Spagna, nello stesso periodo, è scesa da poco meno di 20 mila ettari a circa 17 mila, perdendo il 12%. Belgio, Olanda e Portogallo sono rimasti sostanzialmente stabili attorno ai 10 mila ettari, mentre la Francia è cresciuta da 5 mila a 6 mila ettari, con un incremento del 15%.
Il messaggio è chiaro: dove la redditività produttiva regge, le superfici tengono. Dove le rese diventano troppo incerte, gli impianti arretrano.

Cosa sostituisce la pera
La riduzione delle superfici apre anche un altro tema: cosa prende il posto dei pereti. In Spagna, ha spiegato Simon, la sostituzione si orienta soprattutto verso drupacee e mandorle. In Italia, invece, l’uscita dalla pera sembra spesso coincidere con il passaggio a colture diverse, non sempre riconducibili alla frutticoltura specializzata.
È qui che la distanza tra i diversi modelli produttivi europei diventa ancora più evidente. In Olanda e Belgio, dove le rese superano le 35 tonnellate per ettaro, la priorità è contenere i costi di produzione, a partire dalla manodopera. In Italia e Spagna, il problema è più a monte: riuscire a produrre quantità sufficienti in modo stabile.
La Francia rappresenta un caso a sé. Con una produzione destinata quasi interamente al mercato interno, il Paese sta lavorando a un riposizionamento varietale, puntando su nuove cultivar e su un’offerta più aderente alle esigenze del consumatore nazionale.

Meno prodotto non significa automaticamente più valore
Il nodo, però, non è solo produttivo. Perché meno pere sul mercato non significa automaticamente più valore. Il comparto deve infatti fare i conti con consumi in calo in tutta Europa e con una domanda sempre più concentrata nelle fasce di popolazione più mature, in particolare tra gli over 65.
È una delle grandi sfide del settore: mentre la base produttiva si restringe, il mercato fatica a rinnovare la propria platea di consumatori. E questo rende insufficiente limitarsi a ragionare in termini di tonnellate. Temi che approfondiremo nelle prossime edizioni. (lg)



















