Attualità
Dopo l’illusione dello scorso anno, per pesche e nettarine del Bel Paese si ritorna alla dura realtà
Sfumate le positive convergenze del 2025, la campagna in corso conferma e sottolinea i limiti strutturali del nostro sistema peschicolo, rendendo ancora più urgente una revisione del modello di business

Quando in Europa manca il 10% dell’offerta di pesche e nettarine ma in Italia la perdita percentuale è meno della metà, per cui il grosso della carenza di prodotto grava su Grecia, in primis, e su Spagna in seconda battuta, ci sono le condizioni per potersi illudere di aver risolto i problemi della nostra peschicoltura e poter guardare con rinnovato ottimismo a una delle colture che hanno fatto grande l’Italia frutticola. Infatti, l’export funziona, i prezzi sono interessanti anche alla produzione, il mercato interno da soddisfazione e c’è spazio per la valorizzazione.
Una siffatta convergenza, realizzatasi nella campagna 2025, purtroppo non si è ripetuta in quella 2026 e, al netto della cabala, non possiamo dire se e quando si realizzerà di nuovo. Salvo nuovi colpi di fortuna, infatti, l’offerta sul nostro mercato rilevante, l’Europa, è strutturalmente destinata ad aumentare per gli investimenti in atto a est (Grecia e Turchia) e a sud (Marocco), per cui – anche se l’Italia si ridimensionerà ancora – vivrà in un contesto ancora più competitivo, su cui non sembra avere una strategia adeguata. Lo confermano, da una parte, le difficoltà nell’export di quest’anno, a fronte di una progressione delle importazioni, sconosciuta agli altri grandi produttori mediterranei; dall’altra, il doloroso taglio delle quotazioni alla produzione e, infine, le difficoltà di assorbimento della nostra offerta anche sul mercato interno.
Le cause sono note e vengono da lontano. In primo luogo un assetto varietale ancora troppo frammentato, reso ancora più debole e difficile da gestire da una dispersione dell’offerta nella fase commerciale, oramai cronica nel nostro paese, soprattutto se rapportata alla concentrazione in atto nella domanda; dispersione ulteriormente penalizzata da una progressiva ulteriore segmentazione dell’offerta, ad esempio con lo sviluppo del segmento delle pesche e nettarine piatte, che affolla ulteriormente la proposta dei punti di vendita.

Basterebbe questo per spiegare perché, appena c’è in vendita una pesca in più rispetto alla domanda, l’effetto negativo sul mercato è esponenziale, come è accaduto quest’anno, quando le previsioni di produzione per l’Italia erano appena positive e, comunque, inferiori alla stagione 2024. È vero che in Europa si attendeva un incremento dell'offerta del 10% e che il caldo ha accelerato la maturazione, sovrapponendo in parte le diverse provenienze, ma è altrettanto vero che la qualità media del prodotto ha beneficiato del clima, per cui il tracollo subito non può essere solo figlio della maggior disponibilità di offerta.
Infatti, la consistenza del contraccolpo dipende anche dalla mancanza di una reale segmentazione dell’offerta nell’ottica del consumatore, come denuncio oramai da almeno vent’anni, che penalizza considerevolmente le vendite. Non si può offrire nello stesso negozio 4 nettarine gialle calibro AAA in un cluster di plastica antiurto a 4,49 euro al kg se risultano assolutamente insipide, a pasta sfilacciosa e non spiccagnole, mentre - al contempo – si vende un cestino da un kg di nettarine gialle calibro B, offerte a 2,49, croccanti, dolci e spiccagnole! Non ha senso fare nomi e cognomi di questa esperienza personale di fine agosto, perché non è l’eccezione che conferma una regola diversa, bensì una concreta possibilità e neanche troppo remota, visto che la mia vacanza croata di questa estate è stata caratterizzata dalla costanza di nettarine italiane di calibro B di ottima qualità. Il calibro, infatti, indicatore base della qualificazione dell’offerta alla produzione, non è un parametro così rilevante nell’ottica del consumatore, o lo è se dolcezza, croccantezza e cedevolezza della polpa al nocciolo sono soddisfatte.
Pertanto, con l’attuale impianto di gestione dell’offerta non si può garantire con costanza la qualità richiesta nell’ottica del consumatore. Occorrerebbe introdurre reali politiche di branding a garanzia di chi compra ma qui il sistema va in cortocircuito: nessuno degli operatori in campo ha la dimensione di scala per poter pensare a un’operazione del genere, segmentando davvero l’offerta per qualità coerenti alla promessa fatta al consumatore e comunicandolo su ampia scala, anche se la domanda di prodotti di qualità c’è e tante esperienze che non sto a ripetere lo dimostrano.
Non è preliminarmente neanche un problema di varietà, che si potrebbero gestire, di capacità in campagna o di possibilità di selezione non distruttiva in magazzino, è un problema di dimensione del business, di gestione delle diverse qualità e di quote del mercato governabili. Senza un’aggregazione di livello superiore alle attuali imprese private, cooperative e consorzi, aumentare le dimensioni delle imprese è più un rischio che un’opportunità, poiché in caso di difficoltà i problemi crescono in modo esponenziale senza che, quando va bene, si possa godere di un reale vantaggio competitivo. Gli strumenti di aggregazione di portata adeguata alle necessità oggi ci sono ma pare che si preferisca soffrire da soli piuttosto che godere insieme.

Concludo con un cenno a un elemento strategico a mio avviso troppo sottovalutato, il valore dell’italianità. Lungi da me qualsiasi patriottismo o sovranismo, si tratta di una semplice evidenza demoscopica: tutte le nostre ricerche evidenziano che gli italiani preferiscono la frutta italiana ma, credo di poter dire, che anche i croati preferiscono quella italiana o spagnola a quella greca o egiziana. Nei supermercati croati che ho frequentato questa estate la preferenza era palpabile guardando i carrelli, nonostante il differenziale di prezzo; però, era altrettanto frequente vedere nel cartellino che indicava il prezzo anche la bandiera, oltre alla sigla internazionale, del paese di provenienza e vi assicuro che fa tanta differenza.
Non possiamo competere sui costi con i paesi emergenti, come sottolineato da più parti, ma sulla reputazione certamente sì. Allo scopo abbiamo anche alcune indicazioni geografiche sulle drupacee che, però, in vendita rappresentano ancora una piccola nicchia della produzione complessiva, anche se sono relative alle aree più vocate del paese. A mio avviso dovremmo puntarci molto di più, caratterizzandole al meglio per poterle comunicare su scala adeguata. Pensate solo a cosa sarebbero le nostre mozzarelle sul mercato internazionale se non fossero di bufala campana Dop.
Come dimostreremo alla seconda edizione del Carrello Frutta & Verdura (clicca qui per maggiori informazioni), il Parmigiano Reggiano non è più solo una specialità del nostro agroalimentare ma un sistema coeso di imprese che affrontano con una strategia comune il mercato interno e quelli internazionali per poter competere con successo. È questo il salto di qualità che è stato fatto nell’ultimo decennio e che ha permesso il rilancio del Re dei formaggi. (ga)




















