Il gioiello indiano della frutta: la leggenda del mango Kohitur

Nato nei giardini segreti dei sovrani, oggi è un frutto da oltre 100 dollari al chilo

Il gioiello indiano della frutta: la leggenda del mango Kohitur

C'è un filo rosso che lega il successo della frutta esotica sui social media e i nuovi trend di vendita nei reparti ortofrutta: la ricerca dell'esclusività. In questo scenario, c’è un frutto che ridefinisce completamente il concetto stesso di "prodotto premium". Parliamo del mango, un pilastro storico per il mercato indiano, il cui autentico re della categoria è un gioiello quasi mitologico capace di superare i 20 dollari al pezzo. Per dare una proporzione, parliamo di una cifra che si traduce in ben oltre 100 dollari al chilogrammo, e che in India equivale a più di 1.500 rupie a frutto: il mango Kohitur.

Si tratta di un prodotto talmente elitario da aver scatenato un piccolo caos mediatico su X. A portarlo alla ribalta è stato Harsh Goenka, presidente del colosso industriale RPG Enterprises e uno degli uomini più ricchi dell’India, forte di un patrimonio stimato intorno ai 3 miliardi di dollari. Pubblicandone una foto, ha confessato con ironia che quel prezzo risultava proibitivo persino per le sue tasche. Il paradosso ha acceso i riflettori globali su un frutto mitologico, quasi mistico.

Il Kohitur nacque a Murshidabad nel 1750 per volere del sovrano Siraj-ud-Daulah. Nei suoi frutteti privati, passati alla storia come "i giardini del nawab", i giardinieri reali incrociavano cultivar rarissime per creare frutti unici, rigorosamente vietati ai comuni cittadini.

Secondo i dati di FreshFruitPortal, questo frutto si presenta giallo dorato e allungato, ma rivela la sua magia al taglio: una polpa burrosa che bilancia dolcezza, una leggera nota acidula e un profondo aroma floreale. Un profilo che lo chef indiano Ranveer Brar definisce "aromaticamente complesso" sul suo blog, in cui ne decanta le proprietà organolettiche ineguagliabili.

Fonte: X @hvgoenka

Come ogni opera d’arte che si rispetti è molto delicato. Il Kohitur, infatti, teme gli urti e, soprattutto, il calore. Se un frutto cade, il suo sapore è compromesso. Oggi i raccoglitori usano sacchi di iuta per evitarlo e li avvolgono nel cotone idrofilo per il trasporto. Durante lo stoccaggio, ogni singolo mango va capovolto a intervalli regolari per evitare che accumuli calore nella confezione.

Come spiega sempre lo chef Ranveer Brar, anche il taglio è un rito centenario ed elaborato che ne determina il pregio. I frutti vengono prima immersi in acqua fredda e poi tagliati esclusivamente con coltelli di legno per evitare che il metallo ne alteri la polpa. Non solo: per evitare che il calore corporeo delle mani rovini il frutto, le donne si bagnano continuamente le dita con acqua gelata o si passano il mango l'una con l'altra prima che la temperatura della pelle si alzi troppo.

Oggi scovare il Kohitur sul mercato è un'impresa molto complicata. La produzione è confinata esclusivamente al distretto di Murshidabad, nella parte Nord este dell'India ai confini con il Bangladesh, e i volumi sono esigui, con pochissimi produttori in grado di coltivarlo e raccoglierlo. 

Un numero di frutti così microscopico da collocare definitivamente questo mango in quella terra di mezzo sospesa tra l'ortofrutta d'élite, l'alta gastronomia e il mito storico che non scappa all'occhio curioso dei social Network.