L'ortofrutta ripartirà da cani e gatti?

Cereali, latte, olio, vino, frutta e verdura mostrano crepe diverse. Il pet food, invece, continua a correre

L'ortofrutta ripartirà da cani e gatti?

“Se Atene piange, Sparta non ride”. È il primo pensiero che mi è venuto ascoltando, nei giorni scorsi, l’appuntamento di Forum Tutto l’Anno, il ciclo di approfondimenti promosso dall’associazione Impresa Persona Agroalimentare. Il tema, moderato dal professor Angelo Frascarelli dell’Università degli Studi di Perugia, era di quelli che non lasciano molto spazio all’ottimismo: cosa fare in un periodo di prezzi bassi in agricoltura. 
Non si parlava di storia antica, ovviamente. Ma se Atene è l’ortofrutta e Sparta è il resto dell’agricoltura, il paragone regge fin troppo bene. Delle criticità del nostro comparto sappiamo già molto: costi alti, rese sempre più incerte, prezzi spesso non remunerativi, clima che complica ogni programmazione. 

Guardare cosa succede nei settori vicini, però, aiuta a capire se l’ortofrutta sia un caso isolato oppure solo una delle tante crepe di un sistema agricolo sotto pressione. La risposta, purtroppo, è la seconda. Dal confronto è emersa una fotografia tutt’altro che uniforme, ma con un filo comune: in diversi comparti i conti sono tornati a farsi pesanti

Nei cereali, l’aumento dell’offerta mondiale ha schiacciato le quotazioni, avvicinando in modo anomalo i prezzi di grano tenero e grano duro. Il risultato è noto agli agricoltori: listini che in molti casi non coprono i costi di produzione. 

Nel latte, dopo i picchi registrati tra il 2022 e il 2025, il ritorno di maggiori volumi nei principali Paesi europei ha cambiato rapidamente gli equilibri. In Germania la produzione è tornata a crescere nel 2025, fino a segnare un +8% a fine anno, contribuendo al ridimensionamento del latte spot: dai circa 70 centesimi al litro dell’estate 2025 ai 20 centesimi di marzo 2026. A salvarsi, almeno in parte, è il latte destinato ai formaggi di pregio, come il Parmigiano Reggiano DOP, dove si ragiona su valori ben diversi, nell’ordine di 1,20-1,30 euro al litro. 

Anche l’olio extravergine d’oliva non vive una fase semplice. Dopo una lunga stagione di prezzi elevati, il nodo oggi è il rallentamento dei consumi nazionali. Il rischio è che una parte dei consumatori, abituata a usare meno extravergine o a scegliere alternative più economiche, non torni automaticamente alle vecchie abitudini quando le quotazioni rientrano. 

E poi c’è il vino, da sempre il cugino “cool” dell’ortofrutta. Anche lì il quadro è meno brillante di quanto l’immaginario collettivo lasci pensare. Il calo dei consumi appare sempre meno congiunturale e sempre più legato a cambiamenti strutturali nelle abitudini dei consumatori. In altre parole, non basta aspettare che passi la buriana. 

A questo punto la domanda viene quasi spontanea: cosa dovrebbe produrre un agricoltore? Perché quando cereali, latte, olio, vino e ortofrutta mostrano tutti, con modalità diverse, segnali di sofferenza, anche l’imprenditore agricolo più ottimista rischia di perdere entusiasmo. Se poi nel piatto aggiungiamo il cambiamento climatico, con grandinate, siccità e sbalzi estremi ormai entrati nella cronaca ordinaria delle campagne, il quadro si fa ancora più scomodo.

Una ventata di ottimismo, a onor del vero, è arrivata da un settore che con l’agricoltura ha un legame indiretto ma sempre più rilevante: il pet food. A portarla è stato Saverio Bevacqua, agente di commercio dell’azienda Sanypet, che ha evidenziato la crescita costante del comparto. I dati di mercato indicano che tra il 2022 e il 2025 il pet food ha registrato un tasso medio annuo di crescita del 6,9%, ancora superiore al largo consumo confezionato. Secondo NielsenIQ, il settore Pet Care & Food in Italia nel 2025 valeva 4,8 miliardi di euro

Il cibo per cani e gatti rappresenta oltre l’80% dell’intera industry e una famiglia italiana su due mette nel carrello alimenti per animali domestici. Il dato racconta bene il fenomeno sociale in corso: mentre le nascite scendono a 370mila neonati all'anno, senza segnali evidenti di inversione, nelle case italiane vivono 21 milioni di cani e gatti, ormai considerati membri della famiglia a tutti gli effetti. La crescita è sostenuta soprattutto dalla premiumizzazione: prodotti più funzionali, più specializzati, più ‘umanizzati’. A questo si aggiungono l’espansione dell’e-commerce e il peso crescente delle private label. In poche parole, gli animali da compagnia occupano uno spazio sempre più centrale nei consumi familiari e l’offerta si adegua, salendo di livello. 

A questo punto, seguendo fino in fondo il processo di umanizzazione di cani e gatti, al settore agricolo non resta che sperare in un’ultima evoluzione: che anche loro si avvicinino a una dieta vegetariana. Sarebbe il cortocircuito perfetto: l’agricoltura che fatica a farsi pagare per nutrire le persone potrebbe trovare mercato nutrendo meglio i loro animali. (fp)

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