Attualità
Uva, j'accuse cileno: sui residui la Gdo europea esagera
Il presidente del Comitato di settore Sat: export in continuo calo, pronti a cambiare meta
Quinta tappa del nostro viaggio in Cile, la prima dedicata all'uva da tavola, una delle produzioni più importanti per l'export frutticolo cileno. L'incontro con Fernando Sat, Presidente del Chilean Table Grape Committee, è sicuramente uno dei più significativi ed interessanti, dal quale emerge una problematica che affligge gli esportatori cileni in Europa: i residui ammessi dalla Gdo sono troppo restrittivi.


"In Cile, la varietà più importante è la Red Globe, che raggiunge i 28 milioni di box per l'export, poi ci sono Crimson Seedless (18,5 milioni) e Thompson Seedless (14,8). Al momento, però, puntiamo molto su Timco, una varietà club che ci sta dando molte soddisfazioni nei test: è molto dolce, con 20-25 Brix°, acini medio-grandi, croccantezza ed un sapore molto aromatico", prosegue Sat.

"In questa azienda, ma non solo, la filosofia è di raccogliere, frigo-conservare e confezionare nello stesso giorno, per poi spedire il prodotto entro una settimana. Per questo investiamo molto in tecnologie post-harvest e varietà".
Le motivazioni? Sicuramente c'è stato un effetto embargo, dato che le spedizioni verso la Russia sono partite solo ad aprile. Inoltre, Sat sottolinea come i prezzi in Europa siano stati inferiori agli scorsi anni, il tasso di cambio meno favorevole ed altri mercati, come gli Stati Uniti, hanno mostrato condizioni più favorevoli.

Ma gli operatori cileni, tra cui il Presidente del Comitato in primis, considerano anche un altro fattore. "Molti retailers europei hanno delle politiche di tolleranza ai residui di pesticidi troppo stringenti e molto più restrittive di quelle riconosciuto formalmente a livello globale", afferma convinto Sat. "Noi siamo completamente d'accordo con quanto stabilito dall'Efsa per gli LMR (Livelli Massimi di Residui), perché è importante tutelare la salute dei consumatori, ma non capiamo l'atteggiamento di alcune catene europee".
Per rendere l'idea, Sat porta l'esempio di Aldi in Germania. "Fatto 100 il limite massimo consentito dagli LMR dell'Efsa, Aldi stabilisce che per commercializzare uva da tavola nei suoi pdv non bisogna superare il 70% di questo limite. Inoltre, vengono posti dei quantitativi massimi tollerati per le sostanze ammesse. Dai test effettuati sulla nostra uva è emerso che la somma dei residui delle sostanze ammesse superava l'80% e quindi era superiore al limite tollerato da Aldi. Ciò è pazzesco, perché se si guardano i valori in termini assoluti, ovvero mg/kg, parliamo di quantitativi davvero irrisori".

"Al momento è una situazione che non avvantaggia nessuno, perché così facendo i distributori europei avranno sempre meno prodotto fuori stagione. Inoltre, limitando il numero delle sostanza ammesse, non fanno altro che spingerci ad usare sempre gli stessi prodotti e nel caso dei pesticidi questo crea resistenza negli insetti. È un paradosso", conclude Sat, secondo cui il Cile sarebbe pronto a tralasciare progressivamente il mercato europeo se altrove, come Usa, Cina e Medio Oriente, dovessero presentarsi condizioni più favorevoli.
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La crezione del Comitato per salvaguardare la competitività
Il Comitato per l'uva da tavola cilena è decisamente giovane, essendo stato costituito nella primavera del 2014 per volere dell'Asoex, l'Associazione di Esportatori di Frutta Cileni. Cosi come accaduto per il kiwi (leggi "Kiwi: la giusta maturazione è il futuro"), anche il settore dell'uva da tavola attraversava un momento complicato, con 53.000 ettari costituiti da piante decisamente vecchie, varietà poco vicine al mercato e la minaccia Lobesia botrana, detta anche tignoletta dell'uva. Per cui, venne presa la decisione di formare un comitato per l'export, che potesse aggregare i principali esportatori e produttori per risolvere questi problemi e dare nuova linfa ad un settore che rischiava di perdere competitività. Da allora, il Presidente è Fernando Sat.
Il Cile è il principale produttore dell'Emisfero Sud
La produzione di uva da tavola cilena è superiore ad 1,2 milioni di tonnellate su una superficie superiore ai 70mila ettari (principalmente distribuiti nelle regioni centrali), rendendo il paese il punto di riferimento per l'emisfero sud. Dal 2010 al 2014, il Cile ha esportato in media 815mila tonnellate all'anno di uva da tavola, un dato reso leggermente inferiore dalla scorsa stagione (2013-14), caratterizzata da una forte gelata, che nel settembre 2013 ha colpito tutte le produzioni frutticole del paese. L'export di uva da tavola costituisce per il Cile il 31% dei volumi totali di frutta esportata.
Innovazione e post-harvest
L'azienda che abbiamo visitato è la RioKing, situata nella regione di Santiago e con una superficie di 2.500 ettari. "Questa è una delle aziende più importanti per l'export di uva da tavola. Abbiamo sia varietà rosse che gialle e puntiamo molto sull'innovazione", ci spiega Sat. Che aggiunge: "Negli ultimi anni abbiamo investito molto in nuove varietà, per ridare vigore al settore e renderci di nuovo competitivi all'estero. Per noi innovazione significa imparare dall'estero ed adattare queste conoscenze alle nostre esigenze. Ad esempio, utilizziamo per l'irrigazione i metodi israeliani, che poi abbiamo adottato anche per la fertirrigazione"."In Cile, la varietà più importante è la Red Globe, che raggiunge i 28 milioni di box per l'export, poi ci sono Crimson Seedless (18,5 milioni) e Thompson Seedless (14,8). Al momento, però, puntiamo molto su Timco, una varietà club che ci sta dando molte soddisfazioni nei test: è molto dolce, con 20-25 Brix°, acini medio-grandi, croccantezza ed un sapore molto aromatico", prosegue Sat.

Fernando Sat mette a confronto la varietà Timco (a sinistra) con un acino di Crimson Seedless (a destra)
"In questa azienda, ma non solo, la filosofia è di raccogliere, frigo-conservare e confezionare nello stesso giorno, per poi spedire il prodotto entro una settimana. Per questo investiamo molto in tecnologie post-harvest e varietà".
Calo dell'export in Europa. Il motivo? Lmr troppo restrittivi
Il Presidente Sat si concentra, poi, sull'andamento dell'export in Europa, che costituisce il secondo mercato di destinazione per l'uva da tavola cilena (il primo è il Nord America). Tuttavia, negli ultimi anni è netto il calo dei volumi. "Nella scorsa stagione (2013-14, ndr) avevamo avuto uno stop dovuto alla gelata, passando da 183mila tonnellate a 149mila. Nonostante questo, la stagione in corso (all'epoca eravamo a fine marzo, ndr) conferma il dato negativo e questo ci sorprende e ci invita a riflettere".Le motivazioni? Sicuramente c'è stato un effetto embargo, dato che le spedizioni verso la Russia sono partite solo ad aprile. Inoltre, Sat sottolinea come i prezzi in Europa siano stati inferiori agli scorsi anni, il tasso di cambio meno favorevole ed altri mercati, come gli Stati Uniti, hanno mostrato condizioni più favorevoli.

Durante la visita è stato possibile assaggiare delle varietà in procinto di raggiungere diversi mercati. Il pack a sinistra, ad esempio, è destinato al mercato asiatico
Ma gli operatori cileni, tra cui il Presidente del Comitato in primis, considerano anche un altro fattore. "Molti retailers europei hanno delle politiche di tolleranza ai residui di pesticidi troppo stringenti e molto più restrittive di quelle riconosciuto formalmente a livello globale", afferma convinto Sat. "Noi siamo completamente d'accordo con quanto stabilito dall'Efsa per gli LMR (Livelli Massimi di Residui), perché è importante tutelare la salute dei consumatori, ma non capiamo l'atteggiamento di alcune catene europee".
Per rendere l'idea, Sat porta l'esempio di Aldi in Germania. "Fatto 100 il limite massimo consentito dagli LMR dell'Efsa, Aldi stabilisce che per commercializzare uva da tavola nei suoi pdv non bisogna superare il 70% di questo limite. Inoltre, vengono posti dei quantitativi massimi tollerati per le sostanze ammesse. Dai test effettuati sulla nostra uva è emerso che la somma dei residui delle sostanze ammesse superava l'80% e quindi era superiore al limite tollerato da Aldi. Ciò è pazzesco, perché se si guardano i valori in termini assoluti, ovvero mg/kg, parliamo di quantitativi davvero irrisori".

"Un paradosso che non porta vantaggi a nessuno"
Sat è amareggiato e non usa mezzi termini: "Questa si chiama extra-regolamentazione. Se vogliono un prodotto bio, che ce lo chiedano. Al momento la nostra produzione biologica è sul 3%, ma se dovessero chiedercelo, saremmo in grado di aumentare i volumi nel giro di 2-3 anni. A quel punto, però, dovranno essere disposti anche a pagare un prezzo maggiore"."Al momento è una situazione che non avvantaggia nessuno, perché così facendo i distributori europei avranno sempre meno prodotto fuori stagione. Inoltre, limitando il numero delle sostanza ammesse, non fanno altro che spingerci ad usare sempre gli stessi prodotti e nel caso dei pesticidi questo crea resistenza negli insetti. È un paradosso", conclude Sat, secondo cui il Cile sarebbe pronto a tralasciare progressivamente il mercato europeo se altrove, come Usa, Cina e Medio Oriente, dovessero presentarsi condizioni più favorevoli.
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