Il biodinamico visto dal campo: quando il suolo supera i pregiudizi

L’esperienza di Massimo Biondi, socio Apofruit, racconta un metodo che parte da sovesci, sostanza organica e microbiota per costruire fertilità e resilienza in frutteto

Il biodinamico visto dal campo: quando il suolo supera i pregiudizi

Quando si parla di biodinamico, per chi, come il sottoscritto, ha una formazione agraria classica, il pensiero corre spesso a qualcosa di più filosofico che pratico. Un po’ per l’impostazione di insegnanti vecchio stampo che ne parlavano senza troppa convinzione, un po’ per una certa superficialità con cui, talvolta, il tema viene affrontato.

Proprio partendo da questo presupposto, è stato decisamente interessante ascoltare in presa diretta l’esperienza di Massimo Biondi, frutticoltore cesenate socio di Apofruit, durante una visita in campagna organizzata nell’ambito di InsideSAF 2026, il simposio di Spettacoli alla Frutta andato in scena nei giorni scorsi a Cesenatico.

Biondi conduce sulle prime pendici di Cesena circa 30 ettari di frutteto interamente in biodinamico, con le principali specie del territorio: pesche, nettarine, susine, kaki, pere e ciliegie. Nella fattispecie, la visita ha riguardato un ceraseto di quasi un ettaro, alla quinta foglia, composto da diverse varietà della serie Sweet, tra cui Aryana, Lorenz e Saretta, innestate su Gisela 6 e protette da rete antipioggia e antigrandine monofila. “È stato un investimento importante, ma sta dando i suoi frutti”, ha spiegato Biondi. “L’obiettivo è raggiungere una produzione fra gli 80 e i 100 quintali per ettaro e, finora, la remuneratività è stata all’altezza delle aspettative”.

Massimo Biondi

La sua storia colpisce già dal percorso personale: perito agrario, poi vigile del fuoco, quindi il ritorno in azienda per affiancare il padre. Una scelta maturata senza mezze misure. “Ho convertito subito tutta la superficie al biologico”, racconta. “Eravamo alla fine degli anni Novanta e il bio stava iniziando a prendere piede, anche grazie ad Almaverde Bio. Nel frattempo abbiamo triplicato le superfici. Poi ho deciso di spingermi oltre e di passare al biodinamico, perché mi sono interessato fin da subito al modo in cui veniva gestito il terreno”.

Ed è proprio il suolo il cuore del ragionamento. “Non volevo limitarmi a gestire il terreno apportando concimi organici dall’esterno”, prosegue Biondi. “Con il biodinamico l’obiettivo è aumentare la sostanza organica, ma anche rivitalizzare il microbiota del suolo, cioè quell’insieme di microflora e microfauna che ne determina la vitalità”.

Da qui nasce un lavoro costante sui sovesci: scelta delle essenze migliori, gestione dell’allettamento delle piante di copertura con attrezzature come il roller crimper, arieggiamento del terreno con strumenti dedicati. Un approccio che, secondo Biondi, ha dato risultati misurabili. “Il contenuto di sostanza organica è passato dallo 0,9% a quasi il 3%”, spiega. “È un valore molto più alto, che si riflette sulla struttura del suolo, sulla vita delle radici, sulla fertilità e sulla gestione dell’acqua. Tutti fattori che permettono alle giovani piante, fin dal trapianto, di avere uno sviluppo decisamente superiore rispetto a impianti gestiti in modo convenzionale”.

La vitalità dell’ecosistema diventa quindi un elemento centrale anche nella gestione agronomica complessiva. “La biodiversità che si instaura aiuta nella gestione degli insetti parassiti e lo stesso accade nel terreno, che riesce a fissare e rendere disponibili i nutrienti in modo più efficace”, sottolinea l’agricoltore.

Nel racconto torna spesso il concetto di humus “vivo”, che nel biodinamico viene attivato anche attraverso il celebre “cornoletame”, preparato fitormonico ottenuto riempiendo corna bovine con letame e lasciandole maturare nel terreno. “L’interazione con la cheratina, nel corso dei mesi, sviluppa un humus eccezionale, difficilmente replicabile in altro modo”, spiega Biondi. “Lo diluiamo in acqua e lo applichiamo al terreno”.

Naturalmente, la gestione dei patogeni fungini resta uno dei passaggi più complessi, soprattutto in annate segnate da eventi meteo sempre più estremi. “L’utilizzo di prodotti fitosanitari consentiti è necessario”, precisa Biondi. “Ma la vera difficoltà è inserirli dentro un equilibrio complessivo, che tenga conto della pianta, del suolo e dell’ambiente”.

Quello che colpisce, al di là delle convinzioni personali sul biodinamico, è il grado di approfondimento raggiunto dall’agricoltore. Biondi spiega con precisione ogni tecnica utilizzata, ne chiarisce gli obiettivi e mostra con orgoglio la struttura del terreno attorno alle piante da sovescio, quasi a voler rendere visibile ciò che normalmente resta sotto la superficie.

Non so se il biodinamico possa essere la risposta a tutti i mali dell’agricoltura. Ma esperienze come questa dimostrano che, quando è praticato con competenza agronomica, metodo e capacità di osservazione, merita un rispetto che troppo spesso non gli viene riconosciuto. (lg)