Il frutteto del futuro è già in campo: pedonale, robotizzato e pronto per l'agrivoltaico

A Faenza Apofruit mostra un meleto Pink Lady allevato a Guyot: parete produttiva stretta e bassa, raccolta più efficiente e alta qualità come obiettivo

Il frutteto del futuro è già in campo: pedonale, robotizzato e pronto per l'agrivoltaico

Come sarà il frutteto del futuro? Pedonale, protetto, con piante semplici da gestire e una parete produttiva progettata per massimizzare qualità, colore e pezzatura. Ma anche predisposto per meccanizzazione e robotica, alimentate sempre più da energia elettrica che, in prospettiva, potrebbe essere prodotta nello stesso campo attraverso sistemi agrivoltaici.

Un modello che può sembrare avveniristico, ma che in Romagna ha già iniziato a prendere forma. È quanto abbiamo potuto osservare in una delle tappe dei Field Days organizzati da Apofruit, venerdì mattina presso l'azienda agricola di Paolo Zoli, nei pressi di Faenza.

Al centro della visita un impianto di Pink Lady di 4,5 ettari allevato a Guyot, mutuando dalla viticoltura il concetto di una parete vegetativa stretta, regolare e facilmente accessibile. Pali in ferro, altezza contenuta, rete antigrandine monofila e un'architettura della pianta pensata non soltanto per produrre, ma per rendere più semplici e automatizzabili le operazioni colturali.

"Ricerca e innovazione varietale rimangono fondamentali, ma oggi dobbiamo innovare anche nella tecnologia e nella progettazione degli impianti - sottolinea Mirco Zanotti, presidente di Apofruit Italia -. Il costo delle varietà e degli impianti è sempre più importante e dobbiamo trovare sistemi che consentano di mantenere qualità e produttività contenendo i costi. Poi c'è la grande questione della manodopera: tutto ciò che rende il frutteto più semplice da gestire diventa propedeutico alla meccanizzazione, alla robotica e, sempre più, anche all'utilizzo dell'intelligenza artificiale".

Da destra a sinistra Mirco Zanotti, presidente di Apofruit Italia, Paolo Zoli, Agricoltore, Ernesto Fornari, direttore generale di Apofruit Italia e Cristian Beltrandi di FieldRobotic

Dal vigneto al meleto: come funziona il Guyot

Zoli entra nel dettaglio dell'impianto. Il punto di partenza è l'astone, che viene piegato per costruire la struttura principale; successivamente gli assi produttivi vengono posizionati e legati a una distanza di circa 15-20 centimetri, utilizzando anche sistemi meccanici per velocizzare l'operazione.

La fase iniziale è quella più onerosa. "Per costruire correttamente la forma servono indicativamente 300-350 ore di lavoro per ettaro, perché tutti gli assi che partono dall'astone devono essere posizionati e legati. Dopo, però, la gestione diventa decisamente più semplice".

Una volta costruita la parete, la potatura degli assi consiste principalmente nel selezionare le gemme in funzione della vigoria e del carico produttivo che si vuole ottenere. "È un'operazione molto più standardizzabile e alla portata anche di personale meno specializzato rispetto a forme come il fusetto o il Solaxe", osserva Zoli. Un aspetto tutt'altro che secondario in una fase nella quale la disponibilità di manodopera, soprattutto qualificata, rappresenta uno dei principali limiti della frutticoltura.

L'agricoltore Paolo Zoli

L'impianto utilizza un sesto di 2,50 x 1,50 metri, pari a circa 2.666 piante per ettaro, con pali in ferro e una parete vegetativa alta complessivamente circa 2,20 metri. "È importante che l'altezza rimanga proporzionata alla larghezza dell'interfila, altrimenti aumenta il rischio di ombreggiamento. La palificazione in ferro, come nel vigneto, garantisce invece l'elasticità necessaria alla struttura".

Anche la rete antigrandine monofila assume una funzione che va oltre la protezione dagli eventi atmosferici: contribuisce a contenere lo sviluppo degli assi più vigorosi, favorendo una migliore redistribuzione della vigoria all'interno della pianta.

Più luce sul frutto e raccolta più veloce

Il risultato è un frutteto completamente pedonale, nel quale la parete vegetativa stretta migliora l'intercettazione luminosa e consente alla pianta di indirizzare più efficacemente i fotosintati verso la produzione.

La fascia produttiva rimane inoltre ben esposta e facilmente raggiungibile dagli operatori. "Le rese orarie di raccolta possono arrivare a raddoppiare rispetto a un fusetto o a un Solaxe - spiega Zoli -. Diminuiscono anche gli scarti perché il passaggio del frutto dalla pianta al bin è molto breve e senza impedimenti. Ma è evidente che la traiettoria finale è la raccolta robotizzata: l'obiettivo è arrivarci nei prossimi anni e questo impianto nasce già predisposto".

La parete stretta permette inoltre di migliorare la distribuzione dei prodotti fitosanitari, riducendo il volume vegetativo che deve essere raggiunto dal trattamento, mentre l'altezza contenuta apre all'utilizzo di macchine scavallanti secondo un'impostazione già consolidata in viticoltura.

L'obiettivo produttivo, però, non è inseguire il record assoluto di tonnellate. "Potremmo puntare anche a rese molto elevate, ma non è quello che ci interessa. Il target è ottenere 550-600 quintali per ettaro della maggiore quota possibile di prodotto di prima qualità. È lì che si costruisce la redditività dell'impianto".

Un'impostazione condivisa da Ernesto Fornari, direttore generale di Apofruit Italia: "Il concetto interessante è proprio questo: costruire una parete capace di produrre qualità. Alla fine i soldi arrivano dal prodotto di prima categoria, tutto il resto è contorno. Dobbiamo produrre quantità, ma soprattutto quantità di prima scelta. Se a questo aggiungiamo un impianto meno costoso, la possibilità di proteggerlo e una gestione che riduce il fabbisogno di manodopera, il modello diventa particolarmente interessante".

Il robot è già nel frutteto

Una struttura così regolare diventa il presupposto ideale per automatizzare progressivamente le operazioni. Nell'azienda è già al lavoro una piattaforma robotica autonoma, sviluppata in collaborazione con Field Robotics di Bologna, realtà nata nell'ambito dell'Università di Bologna.

Durante il Field Day il mezzo, cingolato e attrezzato con una trincia, percorreva autonomamente i filari effettuando la lavorazione dell'interfila senza operatore a bordo.

Ma il valore della piattaforma non sta soltanto nell'eliminazione della guida. La stessa macchina può essere utilizzata per diverse operazioni e, soprattutto, mentre lavora acquisisce informazioni sullo stato vegetativo e produttivo delle piante.

"Siamo già nelle condizioni di utilizzarla per i trattamenti - spiega Zoli -. La prospettiva è arrivare indicativamente nel 2028 alla potatura e puntare entro il 2030 anche alla raccolta robotizzata". Nel frattempo i dati raccolti durante ogni passaggio permettono di costruire una fotografia sempre più precisa del frutteto: vigoria, stato delle piante e prospettive produttive.

Un patrimonio informativo che può servire alla gestione agronomica, ma non soltanto. Conoscere in anticipo quantità e caratteristiche della produzione significa poter programmare meglio anche la fase commerciale, collegando progressivamente il dato raccolto in campo alle esigenze di magazzino e mercato.

Agrivoltaico, energia prodotta dove verrà utilizzata

L'ultimo tassello riguarda l'agrivoltaico, tema sul quale l'azienda sta avviando una sperimentazione specifica. Il ragionamento è partito dal kiwi. "Su alcune varietà, a partire dal rosso, il costo di realizzazione di un impianto è già molto elevato - racconta Zoli -. Ci siamo quindi chiesti se avesse senso integrare una struttura agrivoltaica che, oltre alla funzione agricola, permettesse di diversificare il reddito".

Le prime prove sono servite innanzitutto a capire come la minore radiazione influenzi fisiologia e produttività. La fase più delicata rimane la differenziazione delle gemme nel mese di giugno, quando un eccessivo ombreggiamento può rappresentare un limite. Nei mesi di luglio e agosto, al contrario, la riduzione della radiazione può diventare un vantaggio, soprattutto in annate caratterizzate da temperature e luminosità particolarmente elevate.

A questo si aggiunge un altro elemento: il risparmio idrico, che nelle prime valutazioni risulta significativo grazie alla minore esposizione diretta della coltura. E qui agrivoltaico e robotica iniziano a collegarsi. "L'energia può essere utilizzata direttamente in azienda, soprattutto se immaginiamo un futuro con macchine robotiche elettriche o ibride. La parte immessa in rete può inoltre diventare una forma di integrazione del reddito".

Su questa base l'azienda ha realizzato circa 6.000 metri quadrati di struttura agrivoltaica destinata ad accogliere kiwi. Anche in questo caso la progettazione guarda oltre il singolo ciclo produttivo. La struttura è stata realizzata sufficientemente alta da permettere, in futuro, l'inserimento di colture differenti. "Un impianto fotovoltaico può avere una vita di 40-60 anni: significa che sotto possono succedersi due o tre cicli colturali. Bisogna quindi costruirlo pensando non soltanto alla coltura di oggi, ma a quelle che potrebbero esserci domani".

La tecnologia non sostituisce l'agricoltore

È proprio qui che i diversi tasselli del progetto trovano un filo comune. Non una tecnologia chiamata a sostituire l'agricoltore, ma strumenti progettati per permettere all'agricoltore professionale di lavorare meglio, riducendo le operazioni più ripetitive, pesanti o difficili da coprire con la manodopera e concentrando le competenze sulle decisioni che continuano a fare la differenza in campo.

La parete pedonale semplifica le operazioni e prepara il terreno alla robotica; le macchine possono ridurre il fabbisogno di lavoro manuale e contemporaneamente produrre dati; l'agrivoltaico può fornire parte dell'energia necessaria e affiancare al reddito agricolo una seconda entrata. Ma interpretare la pianta, scegliere come gestire vigoria e carico produttivo, leggere una stagione e prendere decisioni agronomiche resta un patrimonio professionale che nessun robot sostituisce.

Anzi, l'evoluzione tecnologica rende ancora più centrale la figura dell'agricoltore capace di utilizzare questi strumenti e trasformare dati e automazione in decisioni produttive. Ed è anche una questione di ricambio generazionale. Un'azienda dove robotica, sensoristica, dati ed energia si affiancano alle competenze agronomiche può diventare più interessante per i giovani, offrendo un lavoro diverso dall'immagine tradizionale della fatica manuale e aprendo spazi a nuove professionalità.

"Alla fine - conclude Zoli - dobbiamo riuscire a diversificare le entrate e a distribuire il rischio, ma dobbiamo anche rendere queste aziende attrattive per i giovani. Se riusciamo a portare tecnologia, nuove competenze e prospettive dentro l'impresa agricola, abbiamo più possibilità di trattenere quelle energie che oggi sono indispensabili".

Il frutteto del futuro, quindi, potrà avere meno lavoro manuale e molte più macchine, ma avrà ancora bisogno di agricoltori. Probabilmente ancora più preparati di oggi. (Im)