Dal campo
Manodopera: "Costi e carenza cambiano le scelte produttive. Sui controlli serve buon senso"
Il tema è emerso con forza nell'incontro di Apo Conerpo: turnover elevato, difficoltà nel garantire continuità alle squadre, differenze contributive tra territori e oneri gestionali crescenti

La manodopera sta diventando uno dei fattori che decidono cosa conviene ancora coltivare. Non è più soltanto una questione di salari: pesano la difficoltà nel costruire squadre stabili, il turnover, gli oneri organizzativi e una disponibilità che, soprattutto nei momenti di raccolta, può cambiare da un giorno all'altro. A questo si aggiunge un costo del lavoro che presenta differenze rilevanti da una regione all'altra.
È uno dei nodi emersi con maggiore forza nell'incontro di ieri di Apo Conerpo, all'interno di un quadro nel quale costi e redditività stanno già mettendo sotto pressione diverse produzioni. "Per avere venti persone può capitare di doverne contattare molte di più. C'è turnover, ci sono lavoratori che da un giorno all'altro non si presentano e aumentano i costi di ricerca, organizzazione e gestione".
Su colture ad alta intensità di lavoro il conto diventa rapidamente pesante. Per alcune produzioni specializzate si può arrivare a 1.200-1.500 ore per ettaro: con costi nell'ordine dei 16-17 euro l'ora lordi, la manodopera diventa una voce capace di incidere in maniera decisiva sulla sostenibilità della coltura.
"La manodopera ormai condiziona anche cosa piantare"
Per Davide Vernocchi, presidente di Apo Conerpo, il problema entra ormai direttamente nelle scelte imprenditoriali. "Il tema della manodopera influenza le decisioni dei nostri soci. Anche l'organizzazione produttiva è cambiata: proviamo ad allungare il più possibile le campagne, diversificare le produzioni e distribuire il fabbisogno di personale su periodi più lunghi".
Il punto è soprattutto la continuità. Nelle finestre di raccolta non sempre è possibile rinviare di uno o due giorni e l'incertezza sulla disponibilità delle squadre diventa quindi un rischio produttivo vero e proprio. Anche la composizione della forza lavoro è cambiata, con una presenza crescente di lavoratori stranieri. Questo richiede formazione e capacità di trasferire competenze operative, perché nelle colture ortofrutticole anche le modalità di raccolta incidono direttamente sulla qualità commerciale del prodotto.
"Non sappiamo mai con assoluta certezza chi avremo in campo la mattina successiva. È un problema enorme quando lavori con frutta che deve essere raccolta nel momento giusto".

Fino a 6 euro l'ora di differenza tra territori
Al problema della disponibilità se ne aggiunge uno di competitività interna. Secondo quanto emerso durante il confronto, sgravi e differenti livelli contributivi possono generare divari molto consistenti tra le aree italiane. Nel confronto tra Emilia-Romagna e alcune regioni del Centro-Sud la differenza può arrivare, secondo le indicazioni riportate, anche a 5-6 euro l'ora.
Su colture che richiedono centinaia di ore per ettaro, l'effetto sul costo finale diventa inevitabilmente rilevante."È un tema che abbiamo posto più volte ai diversi governi, senza ottenere finora risposte concrete. L'Emilia-Romagna è fra le aree che soffrono maggiormente questa situazione". Il tema non è ridurre le tutele dei lavoratori, ma evitare che aziende impegnate sullo stesso mercato nazionale partano con costi del lavoro strutturalmente molto diversi. Se poi ci si allarga a Stati extra-Ueil confronti diventa impari.
Controlli, Vernocchi: "Serve buon senso"
Altro passaggio delicato riguarda i controlli nelle aziende agricole. Vernocchi chiede di distinguere le situazioni di reale sfruttamento dalle irregolarità formali che possono emergere nella gestione quotidiana di una forza lavoro stagionale e molto variabile.
"È giusto controllare e nessuno mette in discussione il rispetto delle regole. Ma siamo arrivati a una pressione molto forte sulle aziende. Ci sono problemi oggettivi di gestione e rischiamo di chiedere l'impossibile. Serve buon senso e serve il giusto equilibrio".
"Ci sono situazioni molto gravi che devono essere perseguite, ma anche aziende regolari che lavorano in condizioni difficilissime e vengono sottoposte a controlli molto stringenti per problematiche di tutt'altra natura. Dobbiamo riuscire a distinguere". Una complessità che aumenta nei picchi stagionali, quando l'impresa deve gestire contemporaneamente assunzioni, presenze variabili, trasporti e squadre che possono modificarsi anche nel giro di poche ore.

Passanti: "Non possiamo tamponare il problema ogni anno"
Per Massimo Passanti, vicepresidente di Apo Conerpo e presidente di Propar, serve uscire dalla logica dell'emergenza. "Bisogna ragionare su modelli che creino stabilità. Non possiamo pensare ogni anno di arrivare alla campagna e tamponare il problema all'ultimo momento".
Passanti richiama alcune esperienze del Portogallo, dove lo sviluppo di produzioni come i frutti di bosco è stato accompagnato dall'arrivo di manodopera straniera e dalla costruzione di condizioni per renderne più stabile la presenza. "Se hai bisogno strutturalmente di persone, devi creare condizioni che rendano il territorio attrattivo e permettano a chi arriva di integrarsi. È anche un problema sociale: senza iniziative stabili continueremo sempre a giocare di rimessa".
Meccanizzazione come strada per risolvere (almeno in parte) il problema
Dentro questo ragionamento entra direttamente anche la meccanizzazione. Apo Conerpo ha finanziato diversi studi, osservato esperienze internazionali e avviato confronti con start-up impegnate nello sviluppo di nuove tecnologie.
L'obiettivo, idealmente, sarebbe immaginare una sostituzione completa del lavoro umano, ma già ridurre il monte ore necessario per ettaro, intervenendo sulle operazioni che possono essere automatizzate o agevolate meccanicamente, sarebbe un grande risultato.
Se una coltura richiede molta manodopera, il personale è difficile da reperire, i costi cambiano sensibilmente tra territori e i prezzi riconosciuti all'origine non compensano questi aumenti, anche continuare a produrla diventa una scelta meno scontata.
"Ci sono diritti dei lavoratori che devono essere garantiti, ma anche le imprese agricole oggi sono in una posizione di grande debolezza", conclude Vernocchi. "Se vogliamo mantenere determinate produzioni sul territorio dobbiamo affrontare il problema nel suo insieme. Non esiste una soluzione semplice, ma continuare a scaricare tutta la complessità sulle aziende non può essere la risposta". (im)


















