Dop e Igp, l’ortofrutta spinge: “Non solo tutela, ma mercato e identità”

Al SOL Expo confronto sul ruolo delle Indicazioni geografiche tra posizionamento di mercato, identità produttiva e promozione locale

Dop e Igp, l’ortofrutta spinge: “Non solo tutela, ma mercato e identità”

Ieri a Verona, all’interno di SOL Expo, la kermesse dedicata all’olio d’oliva, si è acceso il confronto sul valore delle DOP e IGP nel mercato italiano, tra peso economico, tutela dell’identità agroalimentare e capacità di generare ricadute sui territori. Un tema che va ben oltre il singolo comparto e che riguarda da vicino anche l’ortofrutta, intervenuta nel dibattito per ribadire come le Indicazioni geografiche possano rappresentare non solo uno strumento di valorizzazione commerciale, ma anche un veicolo di riconoscibilità, cultura produttiva e promozione locale.

Dal confronto è emersa una visione chiara: Dop e Igp non sono semplicemente sigle da esibire in etichetta, ma strumenti che aiutano a costruire differenziazione, a rafforzare il posizionamento dei prodotti e a trasferire al consumatore un patrimonio fatto di storia, tradizione, territorio e competenze.

A portare la testimonianza dell’ortofrutta è stata innanzitutto Cristiana Furiani, presidente del Consorzio di tutela Radicchio di Verona IGP, che ha spiegato come il riconoscimento abbia inciso in maniera decisiva nel percorso di rilancio del prodotto. “La certificazione Dop o IGP è assolutamente un’opportunità. Senza questo riconoscimento il Radicchio di Verona non avrebbe avuto il successo che oggi sta ottenendo, perché proprio grazie a questo marchio è stato riscoperto e opportunamente valorizzato nei mercati italiani e non solo”.

Cristiana Furiani, presidente del Consorzio di tutela Radicchio di Verona IGP

Furiani ha ricordato come, per lungo tempo, il Radicchio di Verona abbia sofferto una posizione marginale perfino all’interno della stessa famiglia dei radicchi veneti. “Era, per certi versi, una cenerentola, perché identificato come un semplice semilungo, quindi poco distintivo, e penalizzato anche da costi di produzione elevati. Con l’IGP siamo riusciti a fare promozione, a farlo conoscere e a far comprendere che questo prodotto, coltivato in 60 comuni tra la provincia di Verona e parte di quella di Padova, possiede caratteristiche uniche, dalla forma a cuore alle qualità organolettiche. Questo exploit è stato reso possibile proprio dalla certificazione, che ha consentito di costruire un posizionamento premium e riconoscibile”.

Nel dibattito è emerso anche un altro aspetto chiave: la certificazione non genera valore solo per il singolo prodotto, ma può diventare elemento di raccordo tra eccellenze diverse di uno stesso territorio. Su questo fronte si è soffermato Leonardo Odorizzi, presidente del Consorzio della Pesca di Verona IGP, sottolineando il senso della presenza a una manifestazione come SOL Expo. “Credo che le eccellenze debbano dialogare tra loro a prescindere dal prodotto. Per questo siamo in una fiera dedicata all’olio: dobbiamo confrontarci fra eccellenze dello stesso territorio per proporci ai consumatori con maggiore forza, soprattutto se ragioniamo in chiave turistica, che è una vocazione indiscussa del territorio veronese”.

Leonardo Odorizzi, presidente del Consorzio della Pesca di Verona IGP

Nel suo intervento, Odorizzi ha rimarcato come l’Indicazione geografica non possa essere letta solo come una leva economica. “La certificazione IG non è solo garanzia di ottenere valore per il produttore, ma è anche una responsabilità molto importante, perché nel nostro caso tramandiamo una tradizione di 20 secoli radicata nel territorio. C’è quindi anche un fattore culturale e sociale. I produttori sono il fulcro del progetto, perché proteggono il territorio e, grazie alle caratteristiche dell’areale e alla capacità dell’uomo, si genera una pesca unica nel suo genere”. Un passaggio che assume ancora più rilievo se si considera la giovane età del consorzio: “Nonostante il consorzio sia attivo soltanto da 18 mesi, i risultati sono già apprezzabili”.

A inquadrare il tema in una prospettiva più ampia è stato Enzo Gambin, direttore scientifico di AIPO Verona, che ha ricondotto il sistema delle DOP e IGP alla struttura stessa dell’economia agricola italiana. “L’economia si fonda sulla tutela delle eccellenze, un processo già attivo all’epoca della costituzione del Regno d’Italia, quando era chiaro che il prodotto dovesse essere radicato nel territorio per evitare di essere copiato da altri. L’Italia, per sua conformazione, non è mai stata spinta dai volumi, ma dalle piccole eccellenze locali diffuse lungo tutta la Penisola”.

Nel caso del Radicchio di Verona IGP, uno dei punti centrali riguarda il modo in cui il valore della certificazione viene trasferito al consumatore. Furiani ha insistito sul ruolo della comunicazione e del packaging come strumenti concreti di valorizzazione. “Il lavoro del consorzio è valorizzare il prodotto e il packaging parla al consumatore, guidandolo sia sul territorio di provenienza sia suggerendo ricette e modalità di utilizzo. È una comunicazione che veicola anche sostenibilità, perché i materiali impiegati sono carta oppure provengono da filiere orientate al riutilizzo”.

La presidente ha poi spiegato come la promozione si muova su più livelli, dalla valorizzazione commerciale alla costruzione di un racconto territoriale più ampio. “L’attività di comunicazione si sviluppa su più piani, a partire dalle iniziative locali rivolte al pubblico, fino alla promozione dei territori nei quali coltiviamo. Si tratta magari di aree che non hanno attrattori turistici forti come l’Arena di Verona, ma custodiscono piccole chicche che cerchiamo di promuovere insieme al radicchio”.

Sul finale del confronto, l’attenzione si è spostata sulla necessità di costruire massa critica tra diverse Indicazioni geografiche, anche fuori dai confini regionali. Un passaggio che, per l’ortofrutta, appare particolarmente strategico in una fase in cui la distintività da sola non basta, se non viene accompagnata da alleanze e progettualità comuni. “Come Grande Bellezza Italiana, ci stiamo spendendo anche in altri ambiti: abbiamo iniziato a dialogare con altri consorzi, come Cipolla Bianca di Margherita IGP, Clementina del Golfo di Taranto IGP, Uva di Puglia IGP e anche Cavolfiore della Piana del Sele IGP”, ha evidenziato Odorizzi. “L’obiettivo è creare connessioni anche al di fuori della nostra regione con altri prodotti ortofrutticoli, per fare unione, costruire massa critica e comporre un paniere che permetta di valorizzare concretamente quella cucina italiana che si è fregiata del riconoscimento Unesco, partendo proprio da materie prime eccezionali come le DOP e IGP, che non devono restare solo sulla carta”.

Nel complesso, da Verona è arrivato un messaggio netto: le Indicazioni geografiche possono essere una leva potente per l’agroalimentare italiano, ma solo se diventano strumenti vivi, capaci di produrre mercato, cultura di prodotto, presidio territoriale e alleanze tra filiere. E l’ortofrutta, con le sue esperienze, ha mostrato di voler giocare questa partita da protagonista. (lg)