Non solo petrolio: Hormuz può travolgere anche l’ortofrutta

La chiusura dello stretto mette in crisi spedizioni, campagne export e approvvigionamenti agricoli, con effetti potenziali fino agli scaffali

Non solo petrolio: Hormuz può travolgere anche l’ortofrutta

La chiusura dello Stretto di Hormuz rischia di trasformarsi in molto più di una crisi geopolitica o di un’emergenza energetica: per l’agricoltura e per l’ortofrutta mondiale può diventare un nuovo shock sistemico. 
Il punto è semplice: se Hormuz resta bloccato, si inceppa una delle principali arterie del commercio globale. Secondo Supply Chain Digital, il conflitto ha già provocato la chiusura effettiva dello stretto, bloccando il 20% del petrolio mondiale trasportato via mare e colpendo anche il cargo aereo, con una riduzione del 18% della capacità globale rispetto alla settimana precedente. Un colpo che investe in pieno anche la filiera agroalimentare, già provata da mesi di tensioni logistiche tra Mar Rosso, Bab el-Mandeb e Canale di Suez.

Per l’ortofrutta il problema è immediato. Le merci deperibili non hanno il tempo dalla loro parte e l’interruzione dei servizi marittimi verso i porti del Golfo apre uno scenario pesante per esportatori, importatori e retailer. A dirlo chiaramente è Stefano Iorini di Global Star Group, intervistato da Fruitnet, in un articolo scritto da Mike Knowles: la situazione è “un problema molto, molto grave” per i fornitori internazionali di prodotti freschi che dipendono dai transiti attraverso Hormuz e il Golfo Persico.

Le prime vittime rischiano di essere i flussi ortofrutticoli dell’emisfero sud e dell’Asia. Sempre secondo Fruitnet, tra i prodotti più esposti ci sono mele, pere, uva e agrumi dal Sudafrica, oltre all’uva dall’India. È un passaggio particolarmente delicato: la campagna agrumi sudafricana stava entrando nella sua fase operativa e i limoni, reduci da settimane di ritardi causati dal maltempo, erano finalmente in pieno ritmo. Ora, però, la rete si spezza a valle: se le navi non possono raggiungere Jebel Ali e i porti del Golfo, il rischio è che il prodotto resti a terra, che gli imballaggi vadano ripensati in corsa e che le finestre commerciali saltino.
A peggiorare il quadro c’è il fatto che diverse compagnie di navigazione hanno già fermato o sospeso le operazioni nell’area: Maersk ha sospeso gli attraversamenti nello Stretto di Hormuz e ha deviato alcuni servizi attorno al Capo di Buona Speranza; Hapag-Lloyd ha parlato di risposta necessaria alle restrizioni e alle condizioni di sicurezza; MSC ha ordinato alle navi presenti nell’area del Golfo di dirigersi verso zone di rifugio sicure. 

Per la filiera fresca significa una miscela pericolosa: tempi di transito più lunghi, meno navi disponibili, noli più alti, premi assicurativi in aumento e maggiore rischio commerciale. E per l’ortofrutta, dove la shelf life detta legge, ogni giorno in più pesa due volte: sulla qualità e sul valore.
Ma la vera minaccia, in prospettiva, potrebbe arrivare dall’agricoltura prima ancora che dal commercio. Infatti il blocco di Hormuz mette a rischio le esportazioni di fertilizzanti azotati in vista della semina primaverile dell’emisfero nord. Se l’interruzione dovesse protrarsi, potrebbero aprirsi carenze in mercati chiave dell’Asia meridionale e dell’America Latina, con effetti sulle rese agricole entro fine 2026 e nuove pressioni inflazionistiche sui prezzi alimentari.

È un passaggio cruciale anche per la frutticoltura. La concimazione, soprattutto in una fase di costi produttivi già elevati, è una delle variabili che più incidono sugli equilibri aziendali. Se i fertilizzanti scarseggiano o rincarano ulteriormente, aumentano i costi di campo, si comprimono i margini e cresce il rischio di una nutrizione meno efficace degli impianti. In altre parole: la crisi logistica di oggi può diventare un problema produttivo domani.

L’altro fronte è quello energetico. Gli analisti avvertono che, se le tensioni dovessero persistere, il petrolio potrebbe superare i 100 dollari al barile. Una soglia che per l’ortofrutta significherebbe rincari a cascata su trasporto, packaging, fertilizzanti, lavorazione, conservazione e riscaldamento delle serre. Ancora, anche il GNL del Qatar è sotto pressione: se le partenze restano interrotte e lo stoccaggio interno si satura, il rischio è la fermata della produzione. Per un Medio Oriente che importa l’85% del cibo, la sicurezza alimentare diventa così una questione sempre più delicata, mentre i ponti aerei privilegiano trasporti militari e sanitari rispetto ai carichi deperibili.

Il punto, quindi, non è solo capire quanto durerà la chiusura di Hormuz. Il punto è che il sistema ortofrutticolo globale entra in una nuova fase di vulnerabilità: meno rotte, più costi, più incertezza e un ritorno prepotente del fattore energia dentro i conti dell’agricoltura. Dopo i fertilizzanti del 2022, i noli del 2023 e le tensioni sul Mar Rosso del 2024-2025, ora il comparto si trova davanti a un’altra possibile strettoia.
Se il blocco dovesse protrarsi per settimane o mesi non sarebbe soltanto una crisi logistica. Sarebbe l’ennesima prova che, nell’ortofrutta globale, la geopolitica entra sempre più direttamente in campo: prima nei fertilizzanti, poi nei costi energetici, infine sugli scaffali. (bf)