Dal campo
Se un fitofarmaco non si può più usare in Europa, perché accettarne i residui sull’import?
Dalle drupacee cilene e turche agli agrumi brasiliani, fino alle patate egiziane: principi attivi usciti dai campi europei restano disponibili ai concorrenti che esportano nell’Ue

Se un principio attivo non è più ammesso per gli agricoltori europei, perché dovrebbe esserlo sui prodotti che arrivano dall’estero? È una delle contraddizioni più evidenti del sistema comunitario dei prodotti fitosanitari: autorizzazione all’impiego e Limite massimo di residuo (LMR) sull’alimento seguono infatti due strade differenti. Un principio attivo può così uscire dall’armadietto fitosanitario dei produttori Ue, mentre il suo residuo continua a essere legalmente ammesso sull’ortofrutta commercializzata nello stesso mercato.
Il punto centrale è proprio il Limite massimo di residuo (LMR), cioè la quantità massima di residuo di un principio attivo legalmente ammessa su un alimento commercializzato nell’Ue. Quel valore può essere fissato o mantenuto sulla base di diversi riferimenti. Per i prodotti provenienti da Paesi terzi può derivare, ad esempio, da una import tolerance, richiesta sulla base di una GAP (Good Agricultural Practice) autorizzata nel Paese esportatore, oppure da un CXL Codex, cioè un limite internazionale stabilito nell’ambito del Codex Alimentarius FAO-Oms sulla base delle valutazioni scientifiche congiunte sui residui dei prodotti fitosanitari e successivamente recepito dall’Ue.
Import tolerance e CXL non sono quindi limiti alternativi all’LMR: sono due delle possibili basi attraverso cui viene determinato o mantenuto l’LMR europeo. E così un principio attivo non utilizzabile dai produttori dell’Unione può continuare ad avere un residuo legalmente ammesso sui prodotti commercializzati nello stesso mercato.

Spinetoram: utilizzato fuori dall'Ue mentre da noi si spera nella deroga
Uno degli esempi più emblematici è spinetoram, insetticida ampiamente utilizzato contro tripidi, tignole, Drosophila suzukii e altri fitofagi. Non è più approvato nell’Ue dal 2025.In Italia, nel 2026, il Ministero della Salute ha dovuto autorizzare in emergenza uno dei prodotti fitosanitari a base di questo p.a. Delegate 26 per soli 120 giorni, dal 30 marzo, su albicocco e ciliegio contro Drosophila suzukii. In sostanza il produttore italiano non dispone più stabilmente dello strumento e deve sperare, campagna dopo campagna, nella concessione della deroga.In Cile e Sudafrica, invece, spinetoram è normalmente utilizzato sulle drupacee. Proprio gli impieghi autorizzati in Sudafrica, Cile, Argentina, Nuova Zelanda e Israele hanno portato l’Ue a fissare, sulla base di specifiche import tolerance, LMR di 0,2 mg/kg sulle albicocche e 0,3 sulle pesche e nettarine.
La differenza è lampante: noi importiamo regolarmente il prodotto se rispetta l’LMR, mentre il nostro produttore deve attendere una deroga temporanea per poter utilizzare lo stesso principio attivo. Lo spinetoram è autorizzato anche in Marocco su numerose colture direttamente concorrenti di quelle mediterranee, tra cui pesche, nettarine, fragola, piccoli frutti, pomodoro, peperone, cetriolo, agrumi e vite.
Turchia: fenpyrazamine fuori da quest’anno in Italia
Il confronto con la Turchia è altrettanto significativo. La banca dati ufficiale BKÜ riporta sul pesco principi attivi quali fenpyrazamine e flutriafol. Fenpyrazamine è un fungicida utilizzato contro patogeni quali Botrytis e Monilinia. Nell’Ue l’approvazione è scaduta il 15 gennaio 2025; in Italia le autorizzazioni dei prodotti erano già state revocate e il termine ultimo per utilizzare le scorte è scaduto il 15 gennaio 2026. Da quest’anno, dunque, il frutticoltore italiano non può più utilizzarlo. Eppure proprio nel giugno 2026 Bruxelles ha ripristinato, sulla base di CXL Codex recepiti nella normativa europea, LMR di 5 mg/kg su pesche e albicocche, 4 sulle ciliegie e 3 sulle susine.
Flutriafol, fungicida sistemico triazolico, è fuori dall’Ue da ancora più tempo: l’approvazione è scaduta il 31 maggio 2021 e il Ministero italiano ne dispose la revoca nello stesso anno. Bruxelles continua però a mantenere LMR fissati sulla base di import tolerance: 0,6 mg/kg sulle pesche, 1 sulle ciliegie, 0,4 sulle susine e 1,5 sulle fragole. La stessa Commissione specifica che questi limiti vengono conservati perché le relative tolleranze all’importazione sono state considerate sicure per il consumatore. Evidentemente trattare in Turchia è meno pericoloso che in Europa.

Egitto e Brasile: dal dimethomorph alla propargite
In Egitto risultano registrati prodotti contenenti dimethomorph, fungicida utilizzato contro peronospore e fitoftore. Il registro ufficiale dell’Agricultural Pesticides Committee riporta, per esempio, un formulato dimethomorph-zoxamide sulla patata contro la peronospora, con sette giorni di intervallo pre-raccolta. L’Ue non ha rinnovato l’approvazione e l’ultimo periodo di utilizzo è terminato nel 2025, mentre su alcune colture continuano a esistere LMR sostenuti da CXL recepiti dall’Ue o da import tolerance. Ancora più netto il Brasile con propargite, principio attivo acaricida non più approvato nell’Ue addirittura dal 2011. Per le arance brasiliane l’Europa ha fissato un LMR di 4 mg/kg sulla base di una specifica import tolerance.
Anche Usa e Canada
Il fenomeno non riguarda soltanto Paesi emergenti o mediterranei. Anche sistemi agricoli altamente sviluppati come Stati Uniti e Canada utilizzano principi attivi non più approvati nell’Ue. Un esempio è penthiopyrad, fungicida la cui approvazione europea è terminata nel 2026. Import tolerance costruite sulle GAP nordamericane sostengono diversi LMR europei, tra cui 4 mg/kg sulle ciliegie, oltre a valori specifici su susine, peperoni e numerosi altri ortofrutticoli. La tabella ufficiale della Commissione indica espressamente Canada e Stati Uniti come origine delle GAP che hanno determinato queste tolleranze.

Le barriere valgono, ma spesso in una sola direzione
Ed è qui che la questione diventa ancora più paradossale. Molti Paesi utilizzano proprio le regole fitosanitarie per governare, e in alcuni casi rendere molto difficile, l’accesso al proprio mercato. Una questiona nota a livello mondiale. Infatti, lo stesso WTO attraverso le regole internazionali sulle norme sanitarie e fitosanitarie, richiama il rischio che queste misure possano trasformarsi in restrizioni commerciali mascherate e stabilisce che non debbano essere più restrittive del necessario. Il WTO arriva a porre esplicitamente il problema in termini di “protection or protectionism?”.
Il Masaf parla direttamente di “barriere fitosanitarie e trattative bilaterali”. Per esportare ortofrutta in alcuni Paesi possono servire anni di negoziati, visite ispettive straniere in Italia, specifici protocolli e liste preventive di frutteti, magazzini e operatori autorizzati. Cina, Corea del Sud e Canada sono tra i Paesi per i quali il Ministero segnala questo tipo di procedure. Gli esempi non mancano. Per le pere italiane in Cina il protocollo fitosanitario è stato firmato soltanto nel 2023, dopo anni di trattativa. Ancora più recentemente il Vietnam ha aperto ai kiwi italiani soltanto dal 1° luglio 2026, dopo un negoziato bilaterale, visite di tecnici vietnamiti nei nostri impianti e la definizione di uno specifico protocollo di produzione, confezionamento e certificazione.
È legittimo che ogni Paese protegga il proprio territorio dagli organismi nocivi. Ma il confronto con quanto avviene sui principi attivi lascia una domanda scomoda: perché l’Europa, che impone ai propri produttori un sistema di autorizzazioni sempre più restrittivo, non pretende una reciprocità equivalente sull’ortofrutta che entra nel suo mercato? Sul piano competitivo il rischio è quello di un dazio al contrario: non una tariffa applicata al prodotto straniero, ma un costo e un vincolo aggiuntivo caricato sul produttore europeo, mentre il concorrente extra-Ue continua a disporre di strumenti tecnici che qui sono stati eliminati e può comunque accedere allo stesso mercato rispettando LMR che, in alcuni casi, sono stati fissati o mantenuti sulla base di import tolerance o CXL Codex.
I controlli sui residui restano rigorosi (anche se molte associazioni agricole si lamentano che sono insufficienti) e il rispetto dell’LMR è obbligatorio. Ma questo non cancella la disparità a monte. Stesso scaffale, stessi limiti al momento della vendita, ma regole e mezzi di produzione differenti in campo.
E allora la domanda resta: se un principio attivo non è più ritenuto utilizzabile nell’agricoltura europea, perché l’Europa dovrebbe continuare ad ammetterne i residui sui prodotti importati? Per ora non trovo risposta. (im)



















