Agrumi, l’Europa produce meno ma consuma ancora meno: il problema ora è rilanciare la domanda

Il calo produttivo spagnolo pesa sull’intero equilibrio Ue, ma il dato più critico riguarda i consumi in caduta libera

Agrumi, l’Europa produce meno ma consuma ancora meno: il problema ora è rilanciare la domanda

Quando si parla di agrumicoltura, il dibattito tende a concentrarsi sempre sugli stessi nodi: prezzi spesso incapaci di coprire i costi di produzione, parassiti sempre più difficili da gestire con strumenti limitati dalle normative comunitarie, concorrenza dei Paesi terzi favorita da costi del lavoro inferiori e dalla disponibilità di mezzi tecnici più ampia, oltre a un evidente squilibrio sul piano dei protocolli commerciali, con l’Europa sottoposta a regole stringenti e molti concorrenti esteri che operano in condizioni ben diverse. Tutti elementi reali, che incidono in misura più o meno marcata sul posizionamento degli agrumi europei agli occhi del mercato. Ma la domanda decisiva è un’altra: il consumatore europeo sa davvero che gli agrumi prodotti nell’Unione offrono garanzie sanitarie superiori rispetto a quelli provenienti da Paesi terzi, proprio perché sottoposti a standard più severi? Sa che, essendo coltivati nel continente, hanno anche un’impronta carbonica più contenuta? E soprattutto: questi fattori incidono concretamente sulle scelte d’acquisto? La risposta, oggi, resta disarmante nella sua semplicità: non lo sa.

L’Europa produce meno
Nel frattempo, però, una certezza c’è: in Europa si producono meno agrumi. I Paesi produttori dell’Unione sono sette: Spagna, Italia, Grecia, Portogallo, Francia, Croazia e Cipro. Francia, Croazia e Cipro assorbono quasi interamente i propri volumi sul mercato interno, mentre il Portogallo intrattiene scambi soprattutto con la Spagna, sia in esportazione sia in importazione, con un impatto quindi limitato sul quadro comunitario più ampio. Di fatto, i tre Paesi che influenzano realmente il mercato europeo delle aree che non producono sono Spagna, Italia e Grecia. E l’evoluzione dell’ultimo decennio è eloquente: la Grecia mostra una lieve crescita, l’Italia resta sostanzialmente stabile, mentre la Spagna ha perso il 22% della propria produzione in appena dieci anni. Un ridimensionamento pesante, che inevitabilmente ha lasciato il segno sull’equilibrio complessivo del comparto.

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Export in frenata, consumi in calo
Anche sul fronte dell’export il quadro conferma questa tendenza. L’andamento delle esportazioni dei tre principali Paesi produttori evidenzia infatti una contrazione complessiva dovuta soprattutto al calo spagnolo, mentre Italia e Grecia mantengono un profilo di sostanziale stabilità.

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Se poi si allarga lo sguardo ai consumi complessivi nell’Unione Europea, sommando sia gli agrumi di origine comunitaria sia quelli importati dai Paesi terzi, emerge un altro dato significativo: nel corso di un decennio il consumo è sceso del 4%. A una lettura superficiale si potrebbe pensare che le importazioni abbiano compensato il minor apporto produttivo europeo, preservando i livelli di consumo pro capite. Ma l’analisi più dettagliata, distinta per singole famiglie merceologiche, racconta una realtà meno lineare e più problematica.

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Arance e mandarini sono i più colpiti
Se si considerano separatamente le quattro principali famiglie – arance, mandarini, limoni e lime, pompelmi – appare chiaro che le dinamiche cambiano sensibilmente da un segmento all’altro. Per gli agrumi dolci, cioè arance e mandarini, tipicamente associati al consumo da dessert, il trend è netto: i consumi sono diminuiti in modo evidente negli anni presi in esame. Il calo, peraltro, risulta molto più marcato nei mercati tradizionali dell’Europa occidentale – Francia, Germania, Belgio, Austria e Paesi scandinavi – rispetto ai Paesi entrati successivamente nell’Unione, come Stati baltici, Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia, Bulgaria e Romania. Non solo: la flessione è decisamente più accentuata per le arance rispetto ai mandarini. Un elemento che si inserisce in una tendenza globale, caratterizzata da un lieve arretramento dei consumi di arance e da una sostanziale stabilizzazione di quelli dei mandarini, quasi a suggerire che in Europa gli agrumi dolci abbiano ormai raggiunto una fase di maturità commerciale.

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Limoni, lime e pompelmi seguono dinamiche diverse
Diversa, pur con alcune analogie, la situazione per le altre due famiglie. Limoni e lime, utilizzati in larga misura come ingredienti o complementi, e pompelmi, legati soprattutto al segmento dei succhi, mostrano dinamiche più coerenti con quanto osservato anche a livello mondiale. In generale, il consumo di pompelmi è diminuito in quasi tutti i Paesi, sebbene la contrazione sia stata in parte attenuata dall’ingresso del pompelmo cinese. Nel gruppo limoni-lime, invece, si segnala una crescita, con i lime che in diversi mercati hanno mostrato una progressione persino superiore a quella dei limoni. È dunque evidente che il problema dei consumi non investe in modo uniforme tutto il comparto agrumicolo, ma colpisce soprattutto le categorie più tradizionali, e in particolare arance e mandarini.

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Il peso crescente dei Paesi Extra Ue
Sul fronte delle importazioni dai Paesi extra Ue, l’analisi degli ultimi due quinquenni e dell’ultima campagna mette in luce un panorama articolato. 

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Le spedizioni dall’Egitto appaiono sostanzialmente stabilizzate, influenzate dalle oscillazioni dei raccolti e dall’apertura di nuovi impianti dedicati alla trasformazione in succhi congelati. Il brusco arretramento della Turchia nell’ultimo anno è stato causato interamente dalle condizioni meteo. Il Marocco ha mantenuto un profilo stabile, sostenuto da una produzione pressoché invariata e da una domanda interna consistente. Israele ha recuperato quote grazie a nuove varietà di mandarini, anche se il contesto geopolitico ha limitato le vendite. I dati della Cina riguardano esclusivamente i pompelmi. Parallelamente, l’emisfero australe – trainato dal Sudafrica in tutte e quattro le famiglie agrumicole – ha compensato il calo delle forniture provenienti dall’emisfero boreale. Le importazioni dal Brasile sono quasi interamente legate ai lime, quelle dall’Argentina soprattutto ai limoni e, in misura minore, alle arance; la leggera ripresa registrata lo scorso anno è stata favorita da prezzi soddisfacenti per entrambe le categorie. Il Perù si conferma soprattutto fornitore di mandarini e lime, mentre lo Zimbabwe si caratterizza per le arance.

Anche l’Italia consuma meno
Anche il caso italiano merita attenzione. Nell’ultimo decennio le importazioni di agrumi nel BelPaese sono diminuite del 33%, con andamenti differenti a seconda della specie: -23% per le arance, -35% per i limoni, -45% per i mandarini e -48% per i pompelmi. La provenienza resta prevalentemente comunitaria, in particolare dalla Spagna, seguita da Grecia e Croazia, considerando anche i flussi di riesportazione via Paesi Bassi o Portogallo. A queste si aggiungono i fornitori dell’emisfero nord extra-Ue, come Egitto, Israele e Turchia, e quelli dell’emisfero sud, con il Sudafrica davanti a tutti e l’Argentina in seconda posizione. Il dato finale, però, è inequivocabile: se produzione ed esportazioni italiane si mantengono stabili, ma le importazioni si riducono di 250 mila tonnellate, significa che in Italia si consumano meno agrumi.

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Il vero nodo è rilanciare la domanda
Ed è proprio qui che si colloca il nodo centrale: il vero problema, almeno per arance e mandarini, è il consumo. Si può continuare a discutere – a ragione – delle difficoltà competitive che penalizzano il prodotto europeo sugli scaffali della distribuzione moderna, sempre più contendibile da parte dell’offerta dei Paesi terzi. Ma la questione di fondo è un’altra: i produttori europei di arance e mandarini stanno facendo abbastanza per invertire il declino della domanda? Dopo quasi vent’anni di sostanziale inattività, l’interprofessione spagnola Intercitrus si sta rimettendo in moto. L’auspicio è che riesca a coinvolgere anche Italia e Grecia, come avvenne in passato, e a costruire una strategia seria, condivisa e di medio-lungo periodo per arrestare l’erosione dei consumi e restituire alle arance e ai mandarini coltivati in Europa il valore che meritano. Le risorse europee esistono. La vera sfida, adesso, è dimostrare di saperle utilizzare bene.