Maculatura bruna nel pero: a che punto siamo?

Preti (ASTRA): «solo un approccio integrato risolve il problema che minaccia i produttori»

Maculatura bruna nel pero: a che punto siamo?

A causa delle gelate primaverili, la produzione di Abate Fétel italiana si prospetta carente sotto il profilo dei volumi ed è quindi fondamentale difendere i pereti dalla maculatura bruna, una delle più gravi malattie fungine che negli ultimi anni sta provocando ingenti danni alle aziende agricole che coltivano pero

Con Michele Preti, ricercatore nel Centro di Saggio di ASTRA Innovazione e Sviluppo, proviamo a capire l’evolversi del quadro fitopatologico provocato da Stemphylium vesicarium quando mancano poco meno di due mesi dalla raccolta: “Dopo una attenta ricognizione nei principali areali produttivi si nota una situazione estremamente eterogenea e si passa da casi piuttosto gravi a realtà che ad oggi non presentano sintomi. D’altronde, i fattori che influenzano la diffusione del patogeno sono molteplici, come ad esempio: ambiente ed andamento meteorologico, potenziale di inoculo, caratteristiche dell’impianto (come densità d’impianto e presenza di rete antigrandine) e gestione agronomica del frutteto (che comprende anche le diverse tecniche di difesa).

Proprio quest’ultimo aspetto merita un approfondimento. Oramai è chiaro ed evidente che solo un approccio “integrato” può dare risultati apprezzabili. Infatti, la sola difesa chimica, che per anni è stata il pilastro nella lotta contro Stemphylium vesicarium, non porta più risultati soddisfacenti e, se l’infezione è particolarmente grave, si può valutare la rottura del cotico erboso, che ha mostrato una riduzione dei danni significativa da un anno all’altro (laddove realizzata correttamente). Tuttavia, questa tecnica per essere efficace deve prevedere la totale eliminazione dei residui erbacei all’interno del pereto per tutta la stagione vegetativa; quindi, occorre che il produttore sia tempestivo e preciso nella lavorazione del terreno. Diversamente la rottura del cotico è inutile e presenta “il conto” degli aspetti negativi, ovvero, la riduzione della portanza del terreno (che inficia la transitabilità dei mezzi agricoli) e la diminuzione della biodiversità all’interno dell’agro-ecosistema.”

“Quindi, è chiaro ed evidente che la strategia di contrasto alla maculatura bruna del pero deve essere attentamente ponderata facendo, inoltre, particolare attenzione alla “fitness” della pianta, ovvero, al suo stato di salute rispetto all’ambiente in cui si trova. Difatti, durante l’ispezione abbiamo notato come i pereti caratterizzati da basse densità d’impianto e con piante vigorose, mostrassero, a parità di strategia di difesa, un quadro sintomatologico rassicurante. Per esempio, in questa circostanza, se l’inoculo è basso si può evitare di lavorare il terreno.” 
Proseguendo nell’analisi, emerge come il frutticoltore non debba mai abbassare la guardia: “Purtroppo, dove il carico produttivo dei pereti è stato compromesso dalle gelate primaverili, si sta osservando una difesa “blanda”, per certi versi comprensibile in quanto l’agricoltore cerca di minimizzare i costi di produzione, ma così facendo non si fa altro che favorire il patogeno, che si ripresenterà più aggressivo l’anno successivo. Invece, ci sono dei produttori che, grazie ad una attenta strategia di difesa integrata, stanno risalendo la china dopo annate decisamente sfavorevoli”.

È ormai chiaro come i grandi sforzi profusi dai centri di ricerca stiano dando le risposta che il settore pericolo attendeva, grazie anche a progetti finanziati pubblicamente (come ad esempio il Progetto «MAC» finanziato dalla regione Emilia-Romagna nell’ambito del PSR 2014-2020 Op. 16.1.01 - GO Pei-Agri - FA 4B). Ad esempio, per maculatura bruna del pero sono già disponibili linee guida per la gestione (clicca qui per approfondire). 

Lo stesso non si può dire, al momento per altri patogeni fungini come la Valsa, causata dal fungo Valsa ceratosperma (= Cytospota pyri): “Ci troviamo di fronte ad un patogeno ancor più preoccupante della maculatura bruna – specifica Preti – perché la Valsa, a differenza dello Stempylium, attacca gli organi legnosi compromettendo la struttura delle piante e la produttività negli anni a venire, potendo anche provocare la morte della pianta colpita. Se il frutticoltore non è tempestivo nel riconoscere i primi sintomi e nell’asportare e bruciare le parti infette da cancri, il quadro sintomatologico evolve molto velocemente a prescindere dalla varietà o dal sistema di impianto. Questo ci fa capire la pericolosità di questo fungo, per il quale attualmente non disponiamo di mezzi di difesa efficace, ma per il quale sono in corso attività di ricerca”.

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