Quando l’innovazione varietale rischia di essere il problema e non la soluzione

Lettera al Direttore del Prof. Daniele Bassi a seguito della Diretta IFN su pesche e nettarine del 18 giugno

Quando l’innovazione varietale rischia di essere il problema e non la soluzione

Pubblichiamo l'intevento del Prof. Daniele Bassi dell'Università di Milano, in merito all'innovazione varietale nel comparto peschicolo.

Caro Roberto, 

ho avuto modo di assistere alla diretta IFN su pesche e nettarine (Clicca qui per rivederla) - che poi son sempre pesche! - e mi permetto di scrivere per proporre, senza nessuna pretesa, qualche contributo al miglioramento della commercializzazione di tali frutti, con un occhio di riguardo al consumatore.

Lo stato di fatto, evidenziato dagli interventi alla diretta, mostra la problematica grave, tra le altre più generali, di una piattaforma varietale estremamente differenziata. Del resto, come potrebbe non esserlo: polpa bianca e polpa gialla, a bassa acidità o acidità ‘normale’, a polpa fondente, non fondente (le percoche, o percoco come la chiamano nel nostro meridione), a lenta maturazione (o slow softening: la ormai molto diffusa tipologia di polpa della nettarina Big Top, per intenderci), e lasciamo stare le croccanti (o stony hard, del resto non ancora diffuse in Italia). Il tutto moltiplicato per due (pesche e nettarine) o anche per tre, se aggiungiamo la forma piatta: c’è da farsi venire il mal di testa a mettersi nei panni degli addetti alla commercializzazione! A peggiorare la situazione, da molti anni a questa parte, è l’immissione sul mercato vivaistico di decine di ‘nuove’ cultivar (se teniamo conto di tutta la frutta estiva a nocciolo) ogni anno. Il meccanismo è oggi infernale: molti produttori sono alla continua e affannosa ricerca della cultivar ‘magica’, che risolverà i loro annosi problemi, mentre i costitutori (o detentori delle proprietà brevettuali) hanno difficoltà a impedire propagazioni piratesche (soprattutto in certe aree frutticole, anche molto vocate).

Il combinato disposto di questi due interessi porta alla continua immissione di nuove cultivar: da una parte i produttori sono invogliati ad acquisirle solo perché ‘nuove’ (senza nessuna previa sperimentazione, sigh!), dall’altra i detentori della proprietà brevettuale sfruttano l’incasso delle royalties delle prime partite di piante vendute, ormai disinteressandosi della futura diffusione non autorizzata, perché l’anno successivo propongono nuove cultivar. E il caos è servito!

C’è rimedio? Forse si, e tu ne parli spesso su IFN: puntare su cultivar validate in campo (ma serve tempo, ovviamente), semplificare l’assortimento varietale/tipologie di frutto (per potere fare massa critica  a fronte di decine di cultivar che maturano nello stesso periodo, si mescola di tutto, anche nettarine acide e a bassa acidità, l’importante che siano rosse e a polpa dura, anche se acerbe), con tipologie  che il consumatore impari a riconoscere (vedi quanto fatto con le piatte da alcuni imprenditori, anche se bisogna sfatare il mito che tutte le piatte siano buone, ma questo è un altro discorso ...). E poi occorre diffondere l’uso delle tecnologie che selezionano i frutti al confezionamento in base alla qualità intrinseca, oggi scarsamente utilizzate, e vendere solo le partite che superano gli standard minimi (ma convincere certi produttori su questo è un’impresa titanica).

Tutto questo può avere dei costi aggiuntivi, ma non necessariamente, se teniamo conto delle tecnologie e della preparazione tecnica disponibile, logistica compresa. E comunque sappiamo che i consumatori sono disponibili a pagare la qualità e di questo voi parlate tutti i giorni su IFN, inserendo anche lo strumento del brand.

Ci sarebbe poi il problema delle aggregazioni per poter competere con la Gdo, ma questo esula dalle mie competenze e lo lascio a te volentieri.
Un saluto
Daniele Bassi