Marrone dell’Appennino Emiliano, dalla produzione alla Gdo nasce una vera filiera

Dall’aggregazione dei produttori al lavoro commerciale di Alegra fino allo scaffale Coop, il progetto punta a restituire reddito alla montagna e soddisfazione al consumatore

Marrone dell’Appennino Emiliano, dalla produzione alla Gdo nasce una vera filiera

Quando il mondo produttivo prende coscienza delle proprie difficoltà e decide di fare rete, ha già compiuto metà del percorso. Vale per tutta l’agricoltura: aggregare l’offerta, organizzare la produzione e costruire una strategia comune è il primo passo. L’altro è riuscire a trasformare questo lavoro in valore, trovando interlocutori capaci di accompagnare il prodotto sul mercato e una distribuzione terminale disposta a sostenerlo davvero. Perché una filiera funziona solo se tutti gli anelli tengono. E se a questo si aggiunge una sponda concreta delle istituzioni, allora i pezzi cominciano davvero ad andare al loro posto.

È esattamente il percorso che sta prendendo forma con il progetto di filiera del Marrone dell’Appennino Emiliano, al centro dell’incontro andato in scena ieri a Rioveggio. Da una parte l’Associazione Castanicoltori Appennino Emiliano-Romagnolo, dall’altra Mitica per la lavorazione, Alegra sul fronte commerciale e Coop Italia, che ha creduto nel progetto portando la referenza nei propri punti vendita.

Un percorso che prova a trasformare una produzione frammentata e in progressivo ridimensionamento in una vera filiera, con un obiettivo molto concreto: tornare a dare reddito ai castanicoltori e prospettiva ai territori di montagna.

Panzacchi: “Prima la filiera praticamente non esisteva”
A ricostruire il percorso è stato Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio Castanicoltori dell’Appennino Bolognese e coordinatore dell’Associazione Castanicoltori Appennino Emiliano-Romagnolo.

Renzo Panzacchi, presidente del Consorzio Castanicoltori dell’Appennino Bolognese e coordinatore dell’Associazione Castanicoltori Appennino Emiliano-Romagnolo

“Fino al 2014 avevamo canali di vendita deboli e frammentati, una filiera sostanzialmente inesistente e poca organizzazione. La lotta alla vespa cinese, nata come una grande emergenza, ha finito paradossalmente per creare anche un’opportunità, favorendo la nascita di consorzi e aggregazioni lungo l’Appennino”.

Da lì è cominciato un lavoro che ha progressivamente coinvolto università, enti, associazioni e produttori, andando oltre la sola fase agricola. “Abbiamo affrontato anche post raccolta, comunicazione, marketing e commercializzazione. L’obiettivo era costruire tutti i passaggi necessari per mettere davvero in piedi una filiera”. Il risultato è il marchio collettivo Marrone dell’Appennino Emiliano, che coinvolge i consorzi di Bologna, Modena, Reggio Emilia e Parma Ovest. “Oggi abbiamo un prodotto di grande qualità. Non siamo ancora pronti per un’IGP, ma siamo già nelle condizioni di distinguerci e di raccontare un’eccellenza superiore alla media”.

Il tema, soprattutto in montagna, è anche economico. Panzacchi ha portato un confronto significativo: “Un ettaro di grano duro, con una resa ottimistica di 35 quintali e un prezzo di 26 euro al quintale, sviluppa una PLV di poco più di 900 euro per ettaro. Un marroneto, con una resa di 10 quintali e una quotazione di 450 euro al quintale, arriva a circa 4.500 euro per ettaro. Se riusciamo a costruire mercato e remunerazione, questa coltura può tornare ad avere un ruolo importante per l’economia della montagna”.

Bucchi: “Un progetto nato dalle persone prima ancora che dalle aziende”
Il passaggio decisivo è trasformare questo patrimonio produttivo in un progetto commerciale. Ed è qui che entra Enrico Bucchi, direttore generale di Valfrutta Fresco e responsabile commerciale Italia di Alegra.

Enrico Bucchi, direttore generale di Valfrutta Fresco e responsabile commerciale Italia di Alegra.

“Essere partner di questo progetto ci riempie d’orgoglio, perché nasce prima di tutto dalle persone e solo dopo dalle aziende. Coop aveva già aperto un pezzo di strada e noi ci siamo affiancati, insieme a Mitica, per costruire una politica commerciale capace di dare continuità al prodotto”. Per Alegra il legame è naturale anche per la propria natura cooperativa. “Siamo per natura al fianco dei soci produttori e ritrovare in questi territori una progettualità che parte dalla produzione e arriva fino al mercato rappresenta un arricchimento anche per noi”.

Il punto, secondo Bucchi, è proprio evitare che un prodotto di grande qualità resti confinato alla dimensione locale o a poche settimane di mercato senza una strategia. Aggregare l’offerta, lavorarla in modo coerente e presentarla alla distribuzione con un’identità comune permette invece di costruire una politica commerciale riconoscibile e, soprattutto, di provare a riportare valore alla base produttiva.

Mazzini: “Il consumatore riconosce il valore. Proseguire nel percorso di aggregazione”
La prova del mercato, del resto, è già cominciata. Claudio Mazzini, responsabile freschissimi di Coop Italia, ha ricordato come il percorso con la castanicoltura dell’Appennino sia partito circa cinque anni fa con il marrone dell’appennino bolognese, per poi evolvere nel progetto più ampio del Marrone dell’Appennino Emiliano.

“Abbiamo iniziato a lavorare su questo prodotto cinque anni fa e i risultati sono stati molto interessanti. Il consumatore percepisce il valore del marrone emiliano, ne riconosce la qualità ed è disposto a pagare quel differenziale di prezzo che permette di valorizzarlo davvero”.

Claudio Mazzini, responsabile freschissimi di Coop Italia

Una disponibilità particolarmente evidente nel consumo tradizionale. “È soprattutto con le caldarroste che il marrone esprime al meglio le proprie caratteristiche. Quando il consumatore trova differenza nel prodotto, quel gap di prezzo viene compreso e accettato. Per questo siamo molto contenti di dare continuità a questo progetto”.
Per Mazzini, però, il valore dell’operazione va oltre le vendite. “Coop è qui perché noi qui ci siamo. Essere presenti significa dare una risposta ai nostri soci e ai territori nei quali operiamo. L’aspetto che più mi appassiona è proprio essere riusciti a ricreare una rete di relazioni lungo tutta la filiera”.

C’è poi il tema del ricambio generazionale. “Il progetto punta anche sui giovani, ed è un elemento tutt’altro che secondario in un Paese che ancora fatica a riconoscere abbastanza spazio, strumenti e prospettive a chi dovrà costruire il futuro dell’agricoltura”.

Lo sguardo deve inoltre andare oltre i confini provinciali. “Essere riusciti a mettere insieme prodotto bolognese, modenese e reggiano è già un risultato, ma non bisogna fermarsi. L’Appennino è tosco-emiliano e dall’altra parte esiste altrettanta potenzialità produttiva. Aggregare significa fare scala, poter investire e fare innovazione. Non fermatevi”.

Mammi: “Non servono interventi spot, ma un piano strutturale”
A completare il quadro c’è il sostegno delle istituzioni. Alessio Mammi, assessore regionale all’Agricoltura e all’Agroalimentare dell’Emilia-Romagna, ha confermato la volontà della Regione di accompagnare il rilancio della castanicoltura.

Alessio Mammi, assessore regionale all’Agricoltura e all’Agroalimentare dell’Emilia-Romagna

“Tutto quello che servirà, dalle risorse agli interventi normativi, cercheremo di farlo. Ma ciò che può fare la Regione da sola non basta se poi non ci sono chi produce, chi lavora, chi commercializza e chi compra. Questo progetto è importante proprio perché tiene insieme tutti questi passaggi ed è la strada maestra se vogliamo costruire una filiera seria”.

La Regione punta ora sul Piano castanicolo regionale, con l’obiettivo di salvaguardare i castagneti da frutto esistenti e favorire nuovi impianti, accompagnando il tutto con una semplificazione normativa. Sul fronte delle risorse, “abbiamo già finanziato con 1,6 milioni di euro gli interventi di riqualificazione e prevediamo di aggiungere altri 2 milioni. Accanto a questo continueremo a sostenere ricerca, innovazione varietale, consorzi e centri che custodiscono il patrimonio genetico”.

Resta poi il capitolo della valorizzazione. “Bisogna unirsi il più possibile e lavorare sulla riconoscibilità. Il marchio collettivo è un passaggio fondamentale, ma un’Indicazione Geografica offre una tutela ulteriore, perché protegge il nome e lo lega direttamente al territorio”.

Per Mammi, però, il vero salto di qualità che va preso come esempio da altre filiere è uscire dalla logica dell’emergenza. “Non abbiamo bisogno di interventi spot. Come in questo caso abbiamo messo a terra un piano triennale, strutturale, con una visione e la capacità di investire nel tempo”.

Questa volta produzione, lavorazione, commercializzazione, distribuzione e istituzioni sono già attorno allo stesso tavolo. Per il Marrone dell’Appennino Emiliano, la filiera non è più il problema da risolvere: può diventare parte della soluzione. (ga)