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Uva da tavola, meno spazio a scaffale ma cresce il peso di seedless e marche
Le referenze senza semi salgono al 43% del totale. In due anni Mdd e brand dei fornitori passano dal 23 al 50% delle referenze

Meno referenze rispetto allo scorso anno, meno spazio complessivo a scaffale e una superficie sempre più compressa per singolo prodotto. Ma, dentro un’offerta che si restringe, l’uva da tavola sta cambiando pelle: cresce il peso del senza semi, arretrano alcune tipologie tradizionali e soprattutto aumenta rapidamente la quota di prodotto riconoscibile attraverso Mdd e marche dei fornitori.
È quanto emerge dalla rilevazione realizzata il 9 settembre a Parma nell’ambito del monitoraggio IFN-Agroter, che ha preso in esame sei punti vendita di dimensioni e format differenti: Ipercoop, Pam, Esselunga, Famila, Conad e Lidl, con superfici comprese tra 1.300 e 4.500 metri quadrati.

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L’assortimento si restringe, ma il seedless guadagna quota
Il primo dato che emerge riguarda la numerica. Dopo l’ampliamento osservato nel 2025, quest’anno il numero medio di referenze torna sostanzialmente sui livelli del 2024: circa 10 referenze per punto vendita, contro 13 dello scorso anno. Il ridimensionamento non è però uniforme. Coop passa da 18 a 12 referenze, Esselunga da 16 a 13, Conad da 14 a 11 e Famila da 11 a 6. Pam, invece, cresce leggermente da 9 a 10.
Dentro un assortimento mediamente più corto continua però l’avanzata dell’uva senza semi, che passa dal 39% delle referenze nel 2025 al 43% nel 2026, superando anche il 40% registrato nel 2024. L’uva seedless, quindi, non cresce necessariamente attraverso un aumento assoluto delle referenze, ma conquista una fetta maggiore dello spazio disponibile. In diminuzione anche la pressione promozionale: le referenze in promo rappresentano il 32% del totale, contro il 42% del 2025 e il 37% del 2024.

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Meno metri quadrati e più competizione tra referenze
La contrazione diventa ancora più evidente osservando lo spazio espositivo. La superficie media dedicata all’uva scende da circa 6 metri quadrati nel 2025 a poco più di 4 nel 2026, il livello più basso del triennio.
Le strategie delle insegne sono molto diverse. Pam è l’unica a rafforzare nettamente lo spazio rispetto allo scorso anno, mentre Coop, Esselunga, Famila, Conad e Lidl riducono, con cali particolarmente evidenti in alcuni punti vendita. Paura degli sfridi?
Il risultato è uno scaffale più affollato. Lo spazio medio per referenza scende infatti da circa 0,48 a 0,44 metri quadrati, dopo essere stato sopra 0,60 nel 2024. In appena due anni, quindi, ogni singola referenza ha perso una parte consistente della propria visibilità.
È un segnale da non sottovalutare: l’uva deve ormai competere non soltanto con le altre categorie del reparto, ma anche al proprio interno. Più segmentazione significa più possibilità di scelta, ma anche meno spazio per raccontare ogni singolo prodotto.

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Bianca dominante, Vittoria e Red Globe arretrano
La lettura per colore conferma una struttura dell’assortimento ancora saldamente dominata dalle uve bianche, che rappresentano la grande maggioranza delle referenze in tutte le insegne.
Rispetto al 2025 si riduce però la profondità complessiva dell’offerta e il grafico evidenzia in particolare l’arretramento di due prodotti storici: Vittoria e Red Globe. La prima paga il progressivo spostamento verso bianche seedless più moderne, mentre la tradizionale rossa con semi deve confrontarsi con un mercato sempre più segmentato tra nuove varietà, colori e proposte senza semi. Le uve nere restano una nicchia, mentre le rosse mantengono una presenza significativa ma meno profonda rispetto allo scorso anno. Nel complesso, la fotografia restituisce una categoria che continua a spostarsi dalle denominazioni varietali più tradizionali verso segmenti maggiormente differenziati.

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La vera rivoluzione è la marca: dal 23 al 50% in due anni
Il cambiamento più netto, però, arriva dalla lettura del branding. Nel 2024 ben il 77% delle referenze non presentava un identificativo evidenziato. Due anni dopo questa quota è scesa al 50%. La metà dell’assortimento è quindi ormai riconducibile a un brand.
La Mdd passa dal 13% del 2024 al 28% del 2026, dopo aver già raggiunto il 24% lo scorso anno. Parallelamente, anche le marche dei fornitori più che raddoppiano, salendo dal 10 al 22%. Anche se in questo caso va evidenziato come non esistano dei brand forti e distintivi agli occhi del consumatore. In appena due stagioni, Mdd e brand industriali sono passati complessivamente dal 23 al 50% delle referenze. Un cambiamento importante per una categoria storicamente molto legata al prodotto sfuso e alla varietà, che oggi sembra cercare sempre più riconoscibilità attraverso confezione, marca e promessa al consumatore.

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Il senza semi mantiene un premium di prezzo
Anche i prezzi mostrano una separazione piuttosto chiara tra uva bianca con semi e senza semi. Nel 2026 la bianca con semi si posiziona mediamente attorno ai 3,5 euro/kg, con un minimo vicino a 1,5 euro e punte oltre i 6 euro/kg, in particolare sulle proposte biologiche a Mdd.
Per la bianca senza semi il livello medio supera invece i 4 euro/kg, con un prezzo minimo già attorno ai 2,4 euro e massimi nell’ordine dei 6,5 euro/kg. L’uva seedless mantiene quindi un differenziale positivo non soltanto sul prezzo medio, ma anche sulla fascia di ingresso. Rispetto ai picchi del 2025, quando alcune referenze bio avevano raggiunto quotazioni prossime agli 8-9 euro/kg, la forbice si è ridotta, ma resta evidente la capacità della senza semi di sostenere un posizionamento superiore. (ga)


















