La distintività del Made in Italy alimentare può servire anche all’ortofrutta?

Al Carrello Frutta & Verdura ne parleremo con il direttore generale del Consorzio del Parmigiano Reggiano

La distintività del Made in Italy alimentare può servire anche all’ortofrutta?

L’ortofrutta italiana nell’ultimo decennio ha faticato sui mercati internazionali, mentre le altre eccellenze del Made in Italy alimentare si facevano strada, spesso anche in modo prorompente, un po’ in tutto il mondo. Già vent’anni fa è stata la competitività della Spagna sui grandi mercati di consumo europei a farci ombra su frutta e verdura, poi – dal 2014 - la chiusura del mercato russo ha creato ulteriori problemi e, in questi ultimi tempi, guerre e dazi hanno complicato la situazione economica nello scenario internazionale d’oltremare sia verso est che verso ovest.

Parallelamente, però, le forti preoccupazioni dovute a un quadro geo-politico oramai davvero apocalittico, non hanno impedito alle esportazioni di Parmigiano Reggiano verso gli USA di aumentare del 2,5% nei primi cinque mesi del 2026, raggiungendo un valore complessivo di 340 milioni di dollari. Gli Stati Uniti si confermano così il primo mercato estero per la DOP, assorbendo oltre il 22% della quota totale di export. Le spedizioni di Parmigiano Reggiano verso gli Stati Uniti hanno dimostrato quindi una straordinaria resilienza, registrando ancora una crescita nonostante le fiammate tariffarie prima minacciate, poi introdotte e, infine, ridimensionate dall'amministrazione Trump. La tenuta delle vendite evidenzia che il consumatore statunitense percepisce il Parmigiano Reggiano come un bene del ‘lusso accessibile’ insostituibile, poiché di altissima qualità, preferendolo alle imitazioni nazionali di “Parmesan”, anche a fronte di prezzi decisamente più salati e in progressivo aumento.

Il Parmigiano Reggiano è da sempre l’emblema del nostro patrimonio agroalimentare, un fiore all’occhiello che testimonia quale sia il valore che all’estero si dà alle nostre produzioni. I recenti successi della Mozzarella di bufala campana DOP sul mercato francese - che ha trainato il sorpasso nei consumi d’oltralpe delle mozzarelle nientemeno che sul Camembert - confermano poi il valore assoluto del Made in Italy, rafforzando le prestazioni di altri comparti storici, come vino, pasta e salumi.

Ne scaturisce un nuovo massimo storico di 72,4 miliardi di euro di esportazioni agroalimentari totalizzate nel 2025. Il settore ha così di fatto raddoppiato il proprio valore nell'arco dell'ultimo decennio, mentre l’ortofrutta non è arrivata nello stesso periodo al 40% di crescita e, soprattutto, ha visto ridurre i volumi del 5%, quando – invece – i volumi dell’agroalimentare in complesso sono aumentati del 26% e quelli dei formaggi del 75%. 

Anche produzioni penalizzate dalle moderne tendenze di consumo, come i salumi, hanno usato la forza del Made in Italy per superare le difficoltà. È il caso del prosciutto di Parma e di quello di San Daniele, due DOP le cui esportazioni in complesso nel periodo considerato sono aumentate, soprattutto a valore, ma sono in positivo anche a quantità, pur di fronte a un mercato complessivo molto riflessivo sul fronte dei consumi mentre frutta e verdura godono dei favori della scienza medica. 

Al di là delle difficoltà produttive, certo esasperate dal cambiamento climatico, ma che non risparmiano né uva, né bovini e neppure i suini, perché il Made in Italy non è stato un traino così importante per l’ortofrutta nazionale all’estero, nonostante quasi 130 prodotti registrati nelle Denominazioni e Indicazioni geografiche, contro il centinaio fra salumi e formaggi?

Eppure all’estero, quando parli di pomodoro di qualità, il primo pensiero va all’Italia e alla sua ‘pummarola’, quando parli di ‘blood oranges’, alla Sicilia, mentre lo scettro sulle pere Abate è certo ad appannaggio dal nostro paese. Ho citato volutamente tre prodotti che, malgrado il vissuto e le eccellenze che esprimiamo, a livello di export non brillano, mentre su altri comparti - come mele, uva e kiwi - dove la competizione è più serrata, diciamo la nostra, anche se l’italianità non è il primo fattore competitivo.

Davvero la partita per l’ortofrutta all’estero è diversa rispetto al resto dell’agroalimentare o, invece, è il sistema ortofrutticolo che la gioca diversamente, per cui occorrerebbe aggiornare l’assetto e le strategie del sistema per migliorare la competitività a livello internazionale? La prima risposta è quella che porta a meno dubbi ma non è detto che sia quella giusta, basti pensare alla mozzarella in Francia che ha fatto in grande ciò che Diesel aveva fatto negli Stati Uniti a livello aziendale, ovvero vendere jeans a chi li aveva inventati con la forza dell’estro nazionale.

Vale perciò la pena di ragionarci e, all’edizione 2026 del Carrello Ortofrutta, in programma il prossimo 2 dicembre al Centro Congressi di Grand Tour Italia (clicca qui per maggiori informazioni), lo faremo con l’aiuto di Riccardo Deserti (nella foto d’apertura), direttore generale del Consorzio del Parmigiano Reggiano e presidente ‘oriGIn’, l’alleanza mondiale delle Indicazioni Geografiche, che riunisce oltre 600 prodotti di 40 paesi.

Se ben ci pensate, infatti, fra il Parmigiano e la maggior parte delle filiere ortofrutticole le analogie superano le diversità: tantissimi produttori, molti centri di condizionamento per l’ortofrutta e di trasformazione per il formaggio, peraltro con prevalenza di caseifici a modello cooperativo, relativamente poche strutture di secondo grado o private per la commercializzazione. Non sarà che la differenza è più nell’evoluzione organizzativa intervenuta negli ultimi dieci anni nella filiera del Re dei formaggi che nelle peculiarità del prodotto? Per tentare di fare chiarezza non vi resta che partecipare. 

Per maggiori informazioni potete scrivere a Chiara Daltri, Direttore Marketing di IFN, chiara@italiafruit.net