Il meglio di IFN
I trattori spengono i motori: il gasolio agricolo schizza a 1,70 euro/litro
Presidi e blocchi riaccendono la mobilitazione nel Mezzogiorno

La protesta dei trattori torna sulle strade italiane. La giornata di lunedì 28 settembre ha visto nuove mobilitazioni soprattutto nel Mezzogiorno, con la Sicilia e la Calabria al centro delle iniziative. Il caro carburante è il principale detonatore, ma dietro la protesta emerge una questione più ampia: la sostenibilità economica delle imprese agricole. Per l’ortofrutta il tema assume un peso particolare. Il carburante incide sulle lavorazioni in campo, sull’irrigazione, sulla raccolta e sulla movimentazione del prodotto, a cui si aggiungono i costi della logistica. In una filiera caratterizzata dalla deperibilità delle produzioni, ogni aumento dei costi rischia di pesare direttamente sui margini delle aziende.
Il gasolio torna al centro della protesta
Secondo gli organizzatori della mobilitazione siciliana, il prezzo del gasolio agricolo avrebbe raggiunto circa 1,70 euro al litro, contro valori nell’ordine dei 70-80 centesimi del passato. Un incremento che sta incidendo pesantemente sui bilanci delle imprese.
Il quadro arriva mentre il prezzo medio nazionale del gasolio self-service ha raggiunto, nella giornata di ieri, 2,369 euro al litro, secondo i dati riportati dall’Ansa. Nella stessa giornata sono entrate in vigore iniziative di contenimento dei prezzi annunciate da alcuni operatori della distribuzione. Per le aziende agricole, però, il tema non si esaurisce al prezzo alla pompa. Il costo del carburante è una delle voci che concorrono alla formazione del costo complessivo di produzione e si somma a energia, fertilizzanti, manodopera, acqua e servizi.

Nel Ragusano la protesta incontra l’ortofrutta
È significativo che in Sicilia la mobilitazione abbia interessato anche il Ragusano, uno dei principali distretti italiani dell’orticoltura. Qui la protesta è arrivata a coinvolgere l’area dei mercati ortofrutticoli, portando il tema dei costi direttamente dentro una delle principali aree commerciali della produzione agricola siciliana.
È un passaggio che fotografa bene la natura della protesta. Il problema sollevato dagli agricoltori non riguarda infatti soltanto il costo necessario per produrre, ma anche quanto di quel costo riesca a essere recuperato attraverso il prezzo riconosciuto all’origine.
Nell’ortofrutta la questione è particolarmente delicata. Il produttore deve sostenere costi che non possono essere facilmente rinviati, mentre il prodotto ha una finestra commerciale limitata. Se i costi aumentano e il prezzo all’origine non segue la stessa dinamica, la pressione finisce direttamente sui margini aziendali. Per il primo ottobre è inoltre prevista una nuova iniziativa nel Ragusano, segnale che la mobilitazione siciliana potrebbe proseguire anche nei prossimi giorni.
La protesta si muove anche in Calabria
Un secondo fronte si è aperto in Calabria, dove la mobilitazione ha interessato diverse aree della regione e alcune delle principali arterie stradali. Tra le rivendicazioni degli organizzatori, oltre al caro carburante, figurano i costi di produzione, la remunerazione degli agricoltori, le importazioni e i danni provocati dalla fauna selvatica. Anche in questo caso si tratta di posizioni espresse dai promotori della protesta, ma il denominatore comune è evidente: la richiesta di maggiore sostenibilità economica per le imprese agricole. La mobilitazione calabrese dovrebbe inoltre proseguire nelle prossime settimane, con nuovi presidi e una manifestazione prevista per il 10 ottobre.
Il vero nodo resta il margine
Per l’ortofrutta italiana, dunque, il punto non è soltanto il prezzo del gasolio. La protesta riporta al centro il tema della redditività agricola e della capacità della filiera di riconoscere alla produzione un valore sufficiente a coprire costi e investimenti. Il carburante può essere stato l’innesco della mobilitazione, ma le rivendicazioni vanno oltre. Prezzi all’origine, costi di produzione e concorrenza delle importazioni tornano a essere questioni centrali.
La domanda che arriva oggi dalle campagne è quindi semplice solo in apparenza: quanto può ancora aumentare il costo per produrre ortofrutta in Italia senza che questo si traduca in una riduzione della produzione? È su questo terreno, più che sulle strade occupate dai trattori, che nei prossimi giorni si misurerà la portata della protesta. (ga)



















